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Hanno detto di me

“Possedeva tutti e sei gli attributi dell’avventuriero: la memoria per i nomi e per le fisionomie, con la capacità di alterare la propria; il dono delle lingue; un’inventiva inesauribile; segretezza; il talento di attaccare discorso con gli estranei, e quella libertà dai vincoli della coscienza che sorge dal disprezzo per i torpidi ricchi che l’avventuriero fa sua preda.” (T. Wilder, Il ponte di San Luis Rey)

“È così intelligente da essere incapace di fare qualsiasi lavoro pratico…” (L. G. W. Persson, Tra la nostalgia dell’estate e il gelo dell’inverno)

“Risata facile, giovialità, vivacità, allegria e, soprattutto, talento, sensibilità e applicazione.” (J. U. Ribeiro, Lussuria)

“Quanta verità, quanta saggezza c’era nelle sue parole!” (M. Twain, Shakespeare è davvero morto?)

“Accidenti a te, come sei severo. Pretendere che un uomo segua i suoi stessi consigli.” (C. Mc Carthy, Città della pianura)

“I was an ass till I knew you” (R. L. Stevenson, The Body Snatcher)

“Che romanista, cari signori!” (T. Mann, La montagna incantata)

“Era come parlare con Dio: il timore reverenziale non era sufficiente a disperdere l’enorme sollievo che derivava dall’essere presi in considerazione.” (V. Chandra, Terra rossa e pioggia scrosciante)

“Tutto in lui era bellezza ed espressione, tutto in lui era rischiarato dalla genialità e dal lume della vita spirituale.” (S. Lagerlöf, La saga di Gösta Berling)

“Non fece uso del suo potere proprio perché lo aveva.” (R. Tagore, La casa e il mondo)

“Ricordi quasi tutto e questo è male.” (D. Gorret, Venticinque maniere per morire)

“Quel modo truce e onesto, solo apparentemente spietato, di giudicare gli altri.” (A. Piperno, Con le peggiori intenzioni)

“Un vero cuore d’oro, che si toglierebbe il pane di bocca… E in più gentile, e sempre in gamba e sempre allegro, una vera benedizione! (E. Zola, Il dottor Pascal)

“La sua intelligenza curiosissima, è chiaro, gli dava il privilegio di intuire il subconscio degli individui […]. A ciò si aggiunga un coraggio spontaneo e naturale nell’espressione del proprio pensiero, ed ecco spiegate l’ammirazione, l’invidia e l’ostilità che tanti nutrivano nei suoi confronti.” (D. Barenboim, Ricordo di Edward Said)

“Amava quella sua immagine di uomo saggio, mite, indipendente. Si dimostrava sempre utile e disponibile, affascinava spesso le persone e le donne, finché queste, dopo poco, ritenevano di non poter aggiungere altro a quanto lui già possedeva.” (U. Riccarelli, Il migliore amico dell’uomo anzi della donna)

“Guarda che stile. Guarda che termini. Guarda quanti livelli di significato. Guarda che sintassi: varia, raffinata, complessa.” (F. McCourt, Ehi, prof!)

“Ha fatto di tutto. Umorismo, suspense, poesia, romanzi, storia, viaggi: non c’è argomento che non sia in grado di trattare.” (C. Portis, Maestri di Atlantide)

“Ah, che bellezza! Che grandezza, che genio, che poesia!” (W. Gombrowicz, Ferdydurke)

“What was his travelling, his bachelorhood, but a search for his element? He was thirty-four and still seemed to be merely visiting the world.” (J. Updike, I’m Dying, Egypt, Dying)

“See what it is to be a traveler. Right!” (R. L. Stevenson, Treasure Island)

“Era abituato alla solitudine, ma l’assenza di responsabilità immediate gli rovesciava addosso un flusso impetuoso di ricordi” (V. Chandra, Amore e nostalgia a Bombay)

“Ha quella piacevole leggerezza di tratto tipica dell’uomo che vale e sa di valere.” (R. Walser, Jakob von Gunten)

“Aveva delle forti passioni e un’immaginazione infuocata; ma la fermezza l’aveva salvato dai soliti errori della gioventù.” (A. Puškin, La donna di picche)

“Questo è un uomo che sa sopportare. Quest’uomo è degno della mia generosità!” (S. Perricone, La notte)

“Volevo chiedergli, possibile che la tua vita fosse diventata una cosa che ormai serviva soltanto agli altri?” (A. Munro, La vista da Castle Rock)

“Se fossi un critico dovrei dire che si trattava di un continuatore accrescitivo di Joyce, ma meno puerile o senile dell’ultimo Joyce che seguiva alla lontana.” (J. Marías, Tutto male torna)

“Quella che a prima vista sembra una occhiata distratta e scherzosa si rivela – rileggendo – uno sguardo geniale.” (F. Varanini, Leggere per lavorare bene)

“Preferiva arrivare in anticipo piuttosto che correre il rischio di perdere la coincidenza.” (B. Carvalho, Undici)

“La puntualità era la sua malattia: una spinta più forte di ogni tentazione. Neanche un principio morale. Né un precetto di buona educazione. Invece un bisogno animale, senza merito dunque.” (G. P. Nimis, Il tallero di Günzburg)

“Leggeva e scriveva, assomigliava un po’ al dottor Zivago, credo.” (Q. Xiaolong, Quando il rosso è nero)

“Ma nonostante facesse di tutto per non darlo a vedere, io so che quello era un uomo con la U grande. Uno dei pochi. Un pellegrino vero.” (N. Artuso, Il passo perfetto)

“Gli piaceva osservare, dedurre, indovinare, scoprire facce nuove, soppesare figure in ascesa, potenti in declino, patti taciti, tradimenti da salotto, delitti sociali.” (E. Mendoza, La verità sul caso Savolta)

“Pareva vivere unicamente secondo la propria legge e ubbidire solo al proprio codice di comportamento.” (I. Némirovsky, Jezabel)

“Tale senso di autorità emana dalla sua scarna figura che nessuno accenna a reagire.” (F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov)

“La melanconia del carattere, l’intelligenza inasprita, la bontà d’animo, perfino le debolezze e i vizi, compagni inevitabili dell’umanità, tutto era in lui attraente fuor del comune.” (Alexàndr Puškin, Viaggio ad Arzrúm)

“Sempre più scopro la bontà e la saggezza di quest’uomo e sento che ha qualcosa d’importante da dare.” (T. Tarnoff, Il venditore d’ossa di Benares)

“Un eroe della resistenza alla mediocrità del mondo.” (S. Quadruppani, In fondo agli occhi del gatto)

“Tu hai paura di te stesso. Di niente altro. Questo vale anche per me.” (H. Mankell, Scarpe italiane)

“I posteri se lo ricorderanno, e a lui, che gliene viene?” (M. Morazzoni, Un incontro inatteso per il consigliere Goethe)

“Magari è uno di quei tipi tranquilli, troppo saggi per desiderare l’immortalità.” (S. Sant’Anna, All’imbocco del tunnel)

“L’uomo era colto, intelligente, sveglissimo, ma si sentiva che non aveva alcun bisogno di dimostrarlo. Era sereno.” (T. Terzani, Un altro giro di giostra)

“Geniale, geniale, geniale! E profondamente altruista.” (A. Bracci, Il treno)

“Anzi, è l’uomo perfetto, oserei dire.” (R. Charbonnier, La sorella di Mozart)

“À d’aussi augustes sentences, il n’y a rien à ajouter.” (A. Nothomb, Hygiène de l’assassin)

“Mai nessuno ha parlato così di se stesso.” (I. Bachmann, Ondina se ne va)
CULTURA
Soros a Firenze
2 aprile 2012

Appuntamento a Firenze giovedì 5 aprile 2012 per la presentazione dei due libri di Tivadar Soros “Ballo in Maschera a Budapest” e “Robinson in Siberia”, nell’ambito dell’iniziativa “Di padre in figlio” del Comune di Firenze. Ore 17.00, Salone dei 200, Palazzo Vecchio.

Ne parleranno insieme il sindaco Matteo Renzi e George Soros, con:

Silvia Calamandrei, presidente della biblioteca archivio Piero Calamandrei di Montepulciano; Marco Rossi Doria, sottosegretario alla pubblica istruzione; Terence Ward, scrittore; Margherita Bracci Testasecca, traduttrice e curatrice dei due volumi.

 

Dall'invito del Comune di Firenze (tanto per darvi un’idea):

La vita è bella. Sono le parole con cui ha inizio Ballo in maschera a Budapest. Ma l’autore di quest’avvincente testimonianza, Tivadar Soros, padre del finanziere George e di suo fratello Paul, subito aggiunge: ma la fortuna deve stare dalla tua parte. Lui la sua ha modo di metterla in atto nel 1944. I nazisti, già con l’intento di giungere alla programmata soluzione finale, hanno invaso l’Ungheria. E Soros comincia a difendersi fornendo a se stesso, alla moglie e ai due figli false identità cristiane. Diventato così Elek Szabo, l’intraprendente avvocato ebreo passa inosservato attraverso le maglie del controllo nazista; e facendo ricorso alle tecniche di sopravvivenza apprese alla fine della prima guerra mondiale prima durante la prigionia, poi in fuga attraverso la Russia della Rivoluzione - vicende da lui stesso raccontate nel suo primo libro, Robinson in Siberia - riesce a salvare, oltre ai propri cari, tante altre persone.

Ballo in maschera a Budapest è la preziosa dimostrazione di come sia possibile, anche in situazioni di estrema difficoltà, sopravvivere senza tradire principi essenziali come l’integrità morale, la compassione e l’unità familiare. Perfino l’umorismo, mentre si tira avanti “scherzando con la morte”, resta intatto. I numerosi atti di umanità compiuti da Tivadar Soros sono stati per i suoi figli un esempio di inestimabile valore; come loro stessi hanno dimostrato quando hanno deciso di dedicarsi mediante la filantropia al servizio della società, educandone e proteggendone le persone più vulnerabili.

Robinson in Siberia e Ballo in maschera a Budapest sonostati tradotti in italiano dall’esperanto: lingua in cui Tivadar Soros credeva, e della quale si era fatto promotore nel 1923 in Ungheria come co-fondatore di Literatura Mondo, la prima rivista letteraria nella lingua internazionale.

In italiano i due libri sono stati pubblicati dall’Editore Gaspari.

http://www.gasparieditore.com/




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CULTURA
(Due parole su) Ballo in maschera a Budapest. Scherzando con la morte
26 marzo 2012

Recentemente ho letto…



Tivadar Soros, Ballo in maschera a Budapest. Scherzando con la morte, Gaspari Editore, pp. 334, euro 18,00. A cura e traduzione dall’esperanto di Margherita Bracci Testasecca. Prefazioni di Paul e George Soros. Postfazione e note di Humphrey Tonkin.

Pensavo che sarebbe stata una lettura molto interessante, per me che sapevo poco o niente dell’occupazione nazista di Budapest, del Consiglio degli Ebrei, di Horthy, di Szalasi e delle Croci Frecciate (il partito filonazista ungherese).

Ma non mi aspettavo una lettura così piacevole e, se non suonasse quasi offensivo dato l’argomento, divertente.

Come nota Tonkin nella postfazione, “l’arte di Tivadar Soros, come uomo e come autore, consiste nel dare un’impressione di facilità e di casualità anche in situazioni che hanno richiesto, da parte sua, un’attenta preparazione e un calcolo altrettanto accurato di ogni singolo passo”. 

Ha assolutamente ragione.

Tivadar Soros è un avvocato ebreo, sposato e con due figli adolescenti. Simpatico, tranquillo, certo non un eroe nel senso classico né tanto meno interessato ad apparire come tale. Eppure quando i tedeschi invadono l’Ungheria, riesce immediatamente a organizzare un traffico di falsi documenti, da cristiani, che avrebbero salvato la vita a lui, alla sua famiglia, ai suoi amici e a tante altre persone.

Eccolo. Questo è Tivadar Soros: “Uno dei miei principi è sempre stato quello di non dire mai no a chi mi avesse chiesto di aiutarlo, non fosse altro che per non contribuire ad affievolire la sua fiducia negli uomini. Ho sempre sentito in me come un senso di responsabilità nei confronti di tutti; tuttavia, per quanto fosse sincero il mio desiderio di aiutare, la ragione mi impediva di varcare certi limiti. A chi mi chiedeva un prestito non lo rifiutavo mai: e se non avevo abbastanza denaro, davo comunque una piccola parte della somma richiesta, se non altro a titolo simbolico.”

In alcuni passi di questa coinvolgente testimonianza si sente la paura, è chiaro; ma nell’insieme si respira una tale leggerezza nella narrazione (e nell’animo di Soros), che quasi si dimentica la drammaticità del momento storico.

Questo libro verrà presentato a Firenze il 5 aprile, insieme al sindaco Matteo Renzi e al finanziere “americano” George Soros, figlio di Tivadar. Seguiranno indicazioni nei prossimi giorni.




permalink | inviato da francescodenti il 26/3/2012 alle 19:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Presentazione - La grafologia e il metodo Saint-Morand
20 marzo 2012

Fatecelo un salto, se siete a Roma!

 

Comunicato Stampa

Martedì 7 febbraio, ore 20.30. Libreria Aseq - via dei Sediari 10 - Roma

Presentazione del libro di Hélène de Maublanc

LA GRAFOLOGIA E IL METODO SAINT-MORAND. I TIPI MITOLOGICI

Epsylon Editrice www.epsyloneditrice.it



 

Roma, 7 febbraio 2012, libreria Aseq, via dei Sediari 10, ore 20.30: Marina Bornoroni e Elena Manetti presentano il libro di Hélène de Maublanc, La grafologia e il metodo Saint-Morand. I tipi mitologici.

La tipologia mitologica è il risultato del lavoro di Hélène Saint Morand, grafologa e psicologa, che per molti anni ha studiato la teoria archetipica dei miti applicandola alla tecnica grafologica.

In questo libro Hélène de Maublanc, che fu sua allieva, descrive tale metodo e lo perfeziona mostrando come la grafologia - attraverso la tipologia mitologica - riesca a definire profili psicologici ancorati nel nostro passato culturale e sempre attuali.

La tipologia mitologica si definisce così per l'uso dei nomi di astri – Luna, Venere, Giove, Sole, Marte, Mercurio, Saturno, Terra – che sono stati dati ai vari tipi. Perché usare questi nomi? Perché riflettono un simbolismo millenario, radicato nella mitologia, perché favoriscono la reminiscenza degli archetipi, perché rimandano ad immagini ben precise nell'animo umano.

E' questo il punto di partenza per uno stimolante e inedito confronto tra Marina Bornoroni e Elena Manetti, esperte di discipline in realtà lontane e metodologicamente diverse, seppur spesso percepite contigue.

Marina Bornoroni, docente di materie storiche e letterarie, si è dedicata in particolar modo allo studio delle fonti classiche, medievali e rinascimentali della dottrina astrologica. Ha presentato le sue ricerche in importanti convegni nazionali ed internazionali.

Elena Manetti, docente di materie letterarie, grafologa diplomata a Parigi alla Société Française de Graphologie, è stata presidente della Associazione Grafologi Professionisti, è fondatrice di Arigraf Milano e direttore della rivista specializzata Stilus, percorsi di comunicazione scritta.




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CULTURA
La contessa di Castiglione. Il peso della bellezza – presentazione
28 novembre 2011

Se io fossi a Roma ci farei un salto, incuriosito…

 

 

Martedì 29 novembre, ore 17.30, presentazione del libro di Anna Rita Guaitoli La contessa di Castiglione. Il peso della bellezza, Epsylon editrice.

Palazzo Valentini, Sala Stampa, via IV Novembre 119/A, Roma.

 

 

Anna Rita Guaitoli presenta il suo nuovo libro La contessa di Castiglione. Il peso della bellezza, evento conclusivo della mostra “BATO - Geografia del Risorgimento”, a Palazzo Valentini fino al 30 novembre.

 

Anna Rita Guaitoli è una nota grafologa del panorama italiano. In questo libro ci offre le sue riflessioni ben documentate sulla vita e il ruolo di Virginia di Castiglione, figura discussa del Risorgimento italiano ed europeo.

 

Ne emerge un ritratto inedito che esplora anche il dialogo intimo, già avanguardia moderna, che la controversa Contessa aveva con l’immagine del proprio corpo, con il “peso della bellezza”.

 

Virginia stessa scriveva: dietro quel peso “ci sono cose che il mondo ignora, delle posizioni che non comprende, dei sentimenti che agli altri sono del tutto sconosciuti...”.

 

Completano il testo, illustrandolo, testimonianze, quadri e lettere, mentre l’ultima parte del libro è dedicata all’analisi grafologica della scrittura di Virginia di Castiglione.

 

Anna Rita Guaitoli, grafologa professionista, dirige la rivista “Il giardino di Adone” ed è autrice di numerosi saggi e pubblicazioni.

 

 




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CULTURA
Tivadar Soros, Montepulciano, 5 novembre
21 ottobre 2011

Sabato 5 novembre 2011 fate in modo di essere a Montepulciano.

Sarà che da qui (Dubai) si sente la mancanza dell’inverno, ma insomma un bel weekend in Toscana col caminetto acceso, tra un piatto di pici al ragù e un bicchiere di vino nobile, è sempre di per sé una buona idea.

L’idea diventa ottima in quel particolare weekend del 5 e 6 novembre.

Perché sabato, alle ore 17, c’è una bella e interessante presentazione al Palazzo del Capitano, in Piazza Grande.

Si parla di Ballo in maschera a Budapest di Tivadar Soros, per la prima volta presentato e commentato in Italia assieme alle sue memorie giovanili Robinson in Siberia (con prefazioni dei due figli Paul e George Soros).

Ne discutono Silvia Calamandrei (Presidente della Biblioteca Archivio Piero Calamandrei), Humphrey Tonkin (rettore emerito dell’Università di Hartford), Marco Rossi Doria (esperto di educazione, presidente Associazione 27 gennaio di Napoli), Carlo Minnaja (Accademia Internazionale delle Scienze di San Marino), Terence Ward (scrittore) e Margherita Bracci Testasecca (traduttrice e curatrice di ambedue le edizioni italiane).

Sarà proiettato anche un messaggio video di George Soros.

L’evento è presentato dalla Biblioteca Archivio “Piero Calamandrei” e dall’editore Gaspari, con il patrocinio del Comune di Montepulciano.

 

Dopo Robinson in Siberia, anche l’avvincente resoconto dei dieci mesi vissuti a Budapest dall’autore e dalla sua giovane famiglia mentre la città era occupata dai nazisti, viene ora tradotto in italiano dall’esperanto: lingua di cui Tivadar è stato cultore e promotore (essendo tra l’altro il fondatore, in Ungheria nel 1923, di Literatura Mundo, la prima rivista letteraria esperantista a livello mondiale).

I figli Paul e George hanno voluto rendere omaggio al padre affidando all’editore Paolo Gaspari la pubblicazione delle sue due opere di narrativa: Robinson in Siberia, dedicato all’avventurosa esperienza vissuta alla fine della Prima Guerra Mondiale, e il successivo Ballo in maschera a Budapest, libro-memoriale in cui Tivadar racconta come riuscì, durante l’occupazione nazista dell’Ungheria, a garantire la sopravvivenza della propria famiglia e di tanti altri ebrei grazie al suo sangue freddo e alle sue capacità organizzative.

Nell’originale esperanto i titoli dei due libri sono, rispettivamente, Modernaj Robinzonoj e Maskerado cirkau la morto. I titoli delle edizioni inglesi (trad. Tonkin) sono Crusoes in Siberia e Masquerade: Dancing around Death.

http://www.esperanto.it/eventi/2011/2011-11-montepulciano-soros.pdf




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letteratura
(Due parole su) Tra gli sceicchi in Batmobile
8 aprile 2011



Illuminante: potrei averlo scritto io! J


Richard Poplak, Tra gli Sceicchi in Batmobile. Un viaggio pop nel Medio oriente sconosciuto, l’ancora del mediterraneo, pp. 398, euro 18.50. Traduzione di Carlo Crudele.

“Quello che bin Suleyman stava dicendo era che il Golfo, di certo molto devoto, era chiaramente più tradizionalista che religioso. La linea di demarcazione è sfocata, ma mentre un musulmano del Golfo potrà infrangere qualche precetto dell’Islam – uno scotch ogni tanto, un po’ di Led Zeppelin sparati a palla nel suo Suv – non tradirà mai, mai, i valori della tradizione. In altre parole, non lo vedrete mai portare la moglie a una festa di scambisti. Ciononostante, la spinta verso l’iniquità è innestata nella cultura. È l’inevitabile risultato del tappo con cui il conservatorismo religioso reprime impulsi ancora più insani.”

“L’arabizzazione dei Simpson fece notizia, soprattutto perché sembrò presagire un prossimo spostamento culturale. D’oh! Con i Simpson arabi non ci si sbellica, titolava il Wall Street Journal. […] La MBC aveva apportato alcune modifiche sostanziali allo show, togliendo qualsiasi cosa potesse far alterare un fondamentalista islamico dal nervo facile: niente birra, niente prosciutto, niente rabbino Krustofski. Homer Simpson senza birra Duff è come Pamela Anderson con una seconda, cioè una figura pop privata del suo marchio di fabbrica.”

“Una cultura costretta a saltare di continuo da universo a universo è una cultura sotto pressione, che ha un urgente bisogno di formulare un’idea coerente di se stessa.”

“«Questo Homer beve birra tutto il tempo, ma per gli arabi farlo è peccato. Allora gli dissi, facciamogli bere she’er, una bevanda al malto che suona come l’inglese beer ed è di facile traduzione. Ma rifiutarono. Dissero di renderlo succo. Ma sono stronzi. Pensate che il saudita medio sia un completo idiota del cazzo? Uno beve succo da una lattina di birra?».”

letteratura
(Due parole su) Momenti di trascurabile felicità
8 gennaio 2011

Recentemente ho letto…


 

Francesco Piccolo, Momenti di trascurabile felicità, Einaudi, pp. 134, euro 12,50.

A voler essere pignoli, si potrebbe obiettare che forse non tutti i brevi e meno brevi paragrafi che compongono questo delizioso libretto sono momenti di trascurabile felicità. Ma un pignolo difficilmente può essere davvero felice, quindi viro immediatamente da questo incipit noiosamente precisino a un sentito: e chi se ne frega! Soprattutto perché l’elenco di Francesco Piccolo è irresistibile, perché i suoi piccoli momenti di felicità sono quasi sempre anche i nostri e perché la lettura è piacevolissima. Rubando un'osservazione di mio zio D., potrei anche aggiungere che il modo (affettuoso e molto indulgente, oltre che tremendamente spiritoso) in cui Piccolo prende in giro se stesso e noi tutti ricorda un po’ le geniali vignette di Giuseppe Novello.

Leggete gli estratti, qui sotto. E confessate (a voi stessi, almeno) quante volte Piccolo ha fatto tana. Io per esempio quando ho letto questo momento di trascurabile felicità:

“Però poi a me piace andare a rivedere un film accanto a qualcuno che non l’ha ancora visto e non so perché ma mi prende una gran voglia di dimostrare che l’ho già visto. Lui lo sa e non ha nessuna ragione di non credermi, ma io non resisto alla tentazione di dimostrare molte volte che il film l’ho già visto. Allora mi avvicino lentamente al suo orecchio e sussurro: «guarda questa scena che viene adesso, è bellissima». Durante la scena che ho raccomandato continuo a dire «guarda guarda, ora ora»; e alla fine della scena, mi riavvicino al suo orecchio e dico: «era bella, vero? Ora senti, senti, c’è la battuta più divertente del film». E poi, dopo aver ascoltato: « è divertente, vero?»”

ho ripensato a quanta gente devo aver ammorbato durante ogni singolo episodio dei Simpson (a cominciare dalla mia cara B., che se ne è sorbiti tantissimi insieme a me). E se pure con una certa autoindulgenza, mi sono cosparso il capo di cenere.

 

“Entro in un negozio di scarpe perché ho visto delle scarpe che mi piacciono in vetrina. Le indico alla commessa, dico il mio numero, 46. Lei torna e dice: mi dispiace, non abbiamo il suo numero. Poi aggiunge sempre: abbiamo il 41. E mi guarda, in silenzio, perché vuole una risposta. E io, una volta sola, vorrei dire: e va bene, mi dia il 41.”

“La soddisfazione di infilare il braccio in fondo al frigorifero del bar o del supermercato e tirare fuori la bottiglia di latte con la scadenza più lontana, che qualcuno ha volontariamente coperto per farmi comprare la bottiglia con la scadenza più vicina.”

“Bere direttamente dalla bottiglia perché l’acqua sta finendo, e se qualcuno mi guarda schifato, dire: «ma stava finendo!»”

“Il fatto che l’aloe è vera.”

“Quando il distributore automatico finalmente, dopo vari tentativi, ingoia la banconota che ho stirato più volte. E il fatto che poi viene fuori per davvero quello che avevo chiesto. Sarà per il fatto che ho un’innata sfiducia nei distributori automatici.”

“Quando il cameriere torna al tavolo con la bottiglia di vino che abbiamo scelto, stappa la bottiglia, annusa il tappo, e poi guarda tutti i presenti per scegliere chi debba assaggiare il vino. E non sceglie me.”

“In autobus, mi precipito sul sedile vuoto anticipando tutte le persone in piedi alle quali potrei per molti motivi lasciare il posto; e per tutto il tragitto sono capace di guardare sempre fuori, con gli occhi fissi sul finestrino come rapito da una città intasata che conosco metro per metro, pur di non incrociare sguardi che potrebbero pretendere un atto di cortesia.”

“Quando si alza la barra del telepass, che ho paura che stavolta non si alzi.”

“Quando quello che ti ha chiesto di conservargli il posto, finalmente arriva. E puoi dimostrare a tutti quelli intorno che era vero.”

“Quando sfogli le riviste senza fermarti perché non c’e’ nemmeno un articolo interessante, e poi le metti subito tra le carte da buttare.”

CULTURA
(Due parole su) Poils de Cairote
31 dicembre 2010

Recentemente ho letto…




Paul Fournel, Poils de Cairote, Éditions du Seuil, pp. 308, euro 7,00.

Il libro Poils de Cairote del francese Paul Fournel, attaché culturale francese al Cairo, somiglia un po’ alla mia rubrica Maalesh.

Mi diverte leggere che il bawwab di Fournel si rivolgeva a lui chiamandolo Missieur Baul, e ripenso con nostalgia a quando io ero Mistarrrr Franshisco.

E ancora una volta sorrido di fronte alla profonda egizianità che emerge da questa citazione:

“J’ai demandé a mon chauffeur de taxi pourquoi il klaxonnait en arrivant au carrefour. Il m’a répondu: «pour klaxonner.»”

E che je voi di’?

Cairo rocks!

CULTURA
(Due parole su) Armi, acciaio e malattie
11 dicembre 2010

Recentemente ho letto…


 


Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni. Einaudi Super ET, pp. 400, euro13,50. Nuova edizione accresciuta. Introduzione di Luca e Francesco Cavalli-Sforza. Traduzione di Luigi Civalleri.

Quel sottotitolo, Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, può suonare assurdamente over promising prima della lettura, ma il libro è esattamente questo; ed è una storia del mondo interessantissima, ricca di aneddoti, osservazioni e curiosità, ed è molto divertente.

Perché la culla della civiltà è stata la Mezzaluna fertile e non, boh, l’Australia? Perché la scrittura è stata inventata in un luogo X, la patata è stata coltivata per la prima volta in un luogo Y e il maiale domesticato in un luogo Z? Perché Colombo ha “scoperto l’America” e un nativo americano non ha invece “scoperto l’Europa”? Perché i conquistadores spagnoli (quattro gatti) hanno sconfitto i grandi imperi aztechi e inca, e non il contrario? Perché non sono stati gli africani a colonizzare Francia, Inghilterra e Spagna? Perché l’umanità ha conosciuto tassi di sviluppo così diversi nei vari continenti?

Da appassionato studioso e da brillante divulgatore, Diamond spiega benissimo anche a noi profani i motivi di queste differenze, e illustra le grandi tendenze della storia. Con un punto di partenza molto chiaro che respinge ogni tesi razzista: “i destini dei popoli sono stati così diversi a causa delle differenze ambientali, non biologiche, tra i popoli medesimi”.

 

 

Ecco qualche estratto, tanto per darvi un’idea:

“I moriori erano un popolo di cacciatori-raccoglitori poco numerosi e isolati, dotati solo degli utensili e delle armi più semplici, privi di organizzazione e di capacità militare. Per contro, i maori venivano da una terra densamente popolata (la Nuova Zelanda), erano agricoltori, combattevano in continuazione tra di loro, possedevano una tecnologia avanzata e una forte organizzazione sociale. È naturale che quando due popoli così diversi vengano a contatto è il primo a soccombere e non viceversa.”

“Questi [i maori] crebbero di numero fino a raggiungere le 100.000 unità; si divisero in zone separate e densamente popolate, impegnate di continuo a farsi la guerra l’una con l’altra. La sovrapproduzione alimentare permise loro di mantenere gruppi improduttivi di artigiani, burocrati e militari, e le esigenze dell’agricoltura e della guerra svilupparono le loro capacità artistiche e tecnologiche.” 

“Nelle guerre fino alla seconda mondiale, le epidemie facevano molte più vittime delle armi, e le cronache che esaltano la strategia dei grandi generali dimenticano una verità ben poco lusinghiera: gli eserciti vincitori non erano sempre quelli meglio armati e con i migliori strateghi, ma spesso quelli che diffondevano le peggiori malattie con cui infettare il nemico.”

“Non c’è dubbio che gli europei si ritrovarono con vantaggi di tipo militare, tecnologico e politico rispetto alle popolazioni da loro soggiogate. Ma questo non basta a spiegare perché intere società furono sopraffatte da pochi coloni, come accadde nelle Americhe. Ciò non sarebbe successo senza il dono sinistro che l’Europa fece agli altri continenti: i microbi, dovuti alla sua lunga storia di intimità con gli animali domestici.”

“Tali sistemi [di scrittura] volutamente riservati a pochi usi erano un forte disincentivo allo sviluppo di metodi di scrittura più semplici. I re e i sacerdoti sumeri volevano che i caratteri cuneiformi servissero agli scribi per tenere il conto delle tasse, non al popolo per poetare e ordire complotti.”

“Spesso l’invenzione è la madre della necessità e non viceversa.”

“La tecnologia di un popolo dipende non solo dalle invenzioni autonome che è in grado di fare, ma anche dalla diffusione delle idee e delle tecniche tra le società; ecco perché il progresso fu più rapido in quelle zone in cui esistevano meno ostacoli ambientali ai contatti tra popoli.”

“Conosco indigeni della Nuova Guinea che potrebbero essere dei potenziali Edison; ma il loro popolo ha diretto i suoi sforzi creativi in modo tale da risolvere i suoi problemi: sopravvivere nella giungla senza l’aiuto della tecnologia importata da fuori. Inventare il fonografo non era tra le loro priorità.”

“La risoluzione dei conflitti, i processi decisionali, l’economia, lo spazio a disposizione: ecco quattro fattori che spingono le società numerose a darsi delle autorità di governo centrali. E i governi centrali inevitabilmente danno la possibilità a chi ha il potere, detiene le informazioni e ridistribuisce la ricchezza di ricompensare se stesso e la propria famiglia: nascono le élite.”

“Come spiegare, in un modo che non tiri in ballo l’inferiorità degli aborigeni, il fatto che i coloni europei siano riusciti a creare una democrazia moderna con agricoltura, industria e scrittura in pochi decenni, mentre i nativi dopo 40.000 anni erano ancora cacciatori-raccoglitori nomadi? […] La risposta è semplice. I coloni bianchi inglesi non crearono proprio nulla in Australia, ma importarono tutti gli elementi della loro democrazia avanzata dall’esterno: il bestiame, le colture (tranne le noci di macadamia), le conoscenze metallurgiche, le macchine a vapore, le armi da fuoco, l’alfabeto, le istituzioni, perfino le malattie. Tutti questi erano i prodotti finali di 10.000 anni di evoluzione in territorio eurasiatico, che per un accidente della geografia erano a disposizione di quei coloni che sbarcarono a Sydney nel 1788.”

“Gli austronesiani erano già presenti sull’isola al tempo del primo arrivo europeo, nel 1500. Questo mi sembra il più sorprendente tra tutti gli accidenti della geografia mondiale: è come se Colombo, arrivato a Cuba, avesse trovato una popolazione dagli occhi azzurri che parlava una lingua simile allo svedese, a pochi chilometri da un continente zeppo di americani nativi che parlavano lingue amerindiane. Come avranno mai fatto gli indonesiani ad arrivare in Madagascar, probabilmente senza carte e bussole?”

“Gli animali africani, certo, sono stati in più occasioni domati: conosciamo la storia di Annibale e dei suoi elefanti, e sappiamo che gli egizi tenevano in cattività giraffe ed e altre specie. Ma la domesticazione è un’altra cosa, è una modificazione selettiva delle caratteristiche di un animale in modo che si riproduca in cattività e che sia utile all’uomo. Questo nell’Africa subsahariana non avvenne mai. Se si fossero riusciti a domesticare i rinoceronti, ad esempio, sarebbero stati una fonte eccellente di carne e un inarrestabile mezzo di battaglia; di fronte a un esercito di bantu montato a dorso di rinoceronte qualsiasi cavalleria europea sarebbe stata sbaragliata. Questo non avvenne mai.”

“In breve, la colonizzazione europea non fu dovuta alle differenze tra occidentali e africani, come i razzisti vogliono farci credere. Furono gli accidenti della geografia e della biogeografia a determinare l’esito finale: le differenti storie di questi due continenti dipendono in ultima analisi dal valore della loro terra.”

“La geografia diede alla Cina un vantaggio iniziale, e i suoi diversi centri di agricoltura e innovazione poterono tutti scambiarsi colture e idee: ad esempio, il miglio, il bronzo e la scrittura arrivarono dal nord, il riso e la ghisa dal sud. Questa assenza di barriere – in questo libro da me sempre sottolineata come grande beneficio – alla fine le si ritorse contro, perché permise un’uniformità assoluta in cui la decisione di un despota poteva cambiare il corso della tecnologia. L’Europa invece si ritrovò divisa in decine o centinaia di stati indipendenti in continua competizione, che erano costretti ad accettare le innovazioni per poter sopravvivere: le barriere geografiche erano sufficienti a prevenire l’unificazione politica, ma non il passaggio delle idee.”

 

letteratura
(Due parole su) Sugar Street
12 novembre 2010

Recentemente ho letto…




Naguib Mahfouz, Sugar Street (da: The Cairo Trilogy – Palace Walk, Palace of Desire, Sugar Street),The American University in Cairo Press, pp. 1313, L.E. 150. Translated by William Maynard Hutchins, Olive E. Kenny, Lorne M. Kenny and Angele Botros Samaan, with an introduction by Sabry Hafez.

Essendo Sugar Street il terzo volume di una trilogia, suggerisco di cominciare dando un’occhiata a quanto precedentemente scritto su Palace Walk e Palace of Desire:

http://francescodenti.ilcannocchiale.it/2010/09/20/due_parole_su_palace_walk.html

http://francescodenti.ilcannocchiale.it/2010/10/28/due_parole_su_palace_of_desire.html

 

Con Sugar Street si conclude un’era e tutto sommato si conclude male, almeno dal punto di vista conservatore del patriarca, Al-Sayyid Ahmad Abd al-Jawad.

Lui infatti è invecchiato e pieno di acciacchi, e ha dovuto dire addio alle sue seratine a base di musica, alcol ed escort, come si direbbe adesso. Costretto a rimanere a letto, inchiodato a una realtà che per tutta la vita è riuscito a sfuggire, finisce presto per morire.

E la devota moglie Amina, già notevolmente appassita nel precedente Palace of Desire, dopo la dipartita del suo padrone e marito non ha davvero più niente da chiedere alla vita.

Ma se questa fine è tutto sommato naturale per la generazione dei nonni, ben più grave è la tragedia che colpisce le giovani generazioni. Aisha, la figlia bella e fortunata, nonché moglie affettuosa e madre allegra e premurosa, diventa l’ombra di se stessa quando un’epidemia di tifo uccide suo marito e due dei tre figli. Rimane sola con la piccola Na’ima, e con Na’ima torna nella vecchia casa di Palace Walk. Ma la (un tempo) solare e dolce Aisha è ormai uno spettro.

Khadja, la sorella maggiore di Aisha racchia e attaccabrighe, si è un po’ placata dopo la morte della suocera; ma i due figli Abd al-Muni’m e Ahmad le danno grattacapi mica da ridere: le scelte di vita che fanno (studi, lavoro, mogli) non piacciono per niente a mamma Khadja. E meno ancora le piace rendersi conto che uno sia diventato un fanatico Muslim Brother e l’altro un convinto socialista. Però i tempi stanno cambiando, e i genitori ormai possono consigliare, ma non imporre il proprio volere come sapeva fare bene Al-SayyidAhmad Abd al-Jawad, pace all’anima sua.

Anche Yasin con l’età si è un po’ tranquillizzato. Non che abbia smesso di cornificare la moglie Zanuba (l’ex entraineuse che a suo tempo era stata anche l’amante di Al-Sayyid Ahmad Abd al-Jawad); ma ha capito l’importanza del matrimonio, della solidità della coppia, e per lo meno si tiene lontano da quelle figure barbine che avevano portato alla brusca fine dei suoi due precedenti matrimoni. E se Karima (la figlia avuta da Zanuba) sta crescendo bene, il giovane, elegante narciso Ridwan (avuto dalla prima moglie) cova un segreto non da poco: le donne gli fanno letteralmente orrore. Quando un influente e maturo politico si invaghisce di lui e gli apre le porte della carriera pubblica (e della conventicola omosessuale), gli consiglia anche di prendere presto moglie e di avere figli, perché questo è il dovere di ogni musulmano e perché così allontanerà ogni sospetto. Ma Ridwan non ne vuole sapere.

Infine Kamal. Dopo le grandi delusioni di Palace of Desire, Kamal non è mai riuscito a ripartire davvero. È un insegnante anche bravino ma le sue entrate sono modeste, scrive articoli filosofici su riviste non proprio di massa, si avvia verso i quarant’anni e continua, scapolo, ad accontentarsi di una visita settimanale al bordello, perché l’idea di sposarsi e magari di avere figli lo atterrisce (vorrebbe dire basta momenti per se stesso, per scrivere, per leggere, per studiare, per pensare). Ma la verità è che dopo la mazzata sentimentale presa con Aida non è più capace di innamorarsi.

Nella generale, splendida e decadente tristezza di questa saga familiare, non c’è dubbio che i personaggi comunque positivi della trilogia siano Kamal (profondo, serio, che si interroga e si tormenta) e Yasin (pigro e superficiale, ma a modo suo limpido), più il giovane Ahmad. E poi naturalmente l’ambientazione, la scenografia, il sottofondo costante: il vecchio cuore del Cairo.

 

 

“It was sad to watch a family age. It was hard to see his father, who had been so forceful and mighty, grow weak. His mother was wasting away and disappearing into old age.”

“I may be suffering, but still I’m alive… I’m a living human being. Anyone who deserves to be called a man will have to pay dearly in order to live.”

“While they consoled their grandfather by showing him that his life was being passed on through new generations, they reminded him as well that he was gradually having to relinquish the dominant position he had reserved for himself in the family.”

“«You shrug off commitments so that nothing will distract you from your search for the truth, but truth lies in these commitments.»”

“Was it possible for a skeptic to become a martyr?”

“Isma’il Latif had never been a soul mate. But he was a living memory of an amazing past, and for that reason Kamal could glory in his friendship.”

“«A woman does not need to read or write unless she’s exchanging letters with a lover.»”

“Science is the language of the intellect. Art is the language of the entire human personality.”

“«Belief is a matter of willing, not of knowing. The most casual Christian today knows far more about Christianity than the Christian martyrs did.»”

“It’s clear that in Egypt the exception is the rule.”

“He had grown old without noticing it.”

“In this brief moment of darkness, life had reminded careless people of its incomparable value.”

“«Perhaps it’s a mistake for us to look for meaning in this world, precisely because our primary mission here is to create this meaning.»”

“«This morning I saw our cat under the bed. She was sniffing around where she had nursed her beloved kittens that I gave away to the neighbors. The sight of her, so sad and bewildered, broke my heart.»”

“She was nothing but a symbol, like a deserted ruin that evokes exalted historic memories.”

“He walked on, wondering whether he really wanted to remain a bachelor so he could be a philosopher or whether he was using philosophy as a pretext for staying single.”

“The sole tie linking them was an unknowable past, which he would have liked to recapture at that moment in a living image, not in a dead photograph.”

“A long time will pass before the agitation of your breast settles down – not out of grief or pain, but from your shock and astonishment, from the disappearance of the world’s splendid dreams, and from the eternal loss of that enchanting past.”

“«Many think it wise to make of death an occasion for reflection on death, when in truth we ought to use it to reflect on life.»”

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