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Hanno detto di me

“Possedeva tutti e sei gli attributi dell’avventuriero: la memoria per i nomi e per le fisionomie, con la capacità di alterare la propria; il dono delle lingue; un’inventiva inesauribile; segretezza; il talento di attaccare discorso con gli estranei, e quella libertà dai vincoli della coscienza che sorge dal disprezzo per i torpidi ricchi che l’avventuriero fa sua preda.” (T. Wilder, Il ponte di San Luis Rey)

“È così intelligente da essere incapace di fare qualsiasi lavoro pratico…” (L. G. W. Persson, Tra la nostalgia dell’estate e il gelo dell’inverno)

“Risata facile, giovialità, vivacità, allegria e, soprattutto, talento, sensibilità e applicazione.” (J. U. Ribeiro, Lussuria)

“Quanta verità, quanta saggezza c’era nelle sue parole!” (M. Twain, Shakespeare è davvero morto?)

“Accidenti a te, come sei severo. Pretendere che un uomo segua i suoi stessi consigli.” (C. Mc Carthy, Città della pianura)

“I was an ass till I knew you” (R. L. Stevenson, The Body Snatcher)

“Che romanista, cari signori!” (T. Mann, La montagna incantata)

“Era come parlare con Dio: il timore reverenziale non era sufficiente a disperdere l’enorme sollievo che derivava dall’essere presi in considerazione.” (V. Chandra, Terra rossa e pioggia scrosciante)

“Tutto in lui era bellezza ed espressione, tutto in lui era rischiarato dalla genialità e dal lume della vita spirituale.” (S. Lagerlöf, La saga di Gösta Berling)

“Non fece uso del suo potere proprio perché lo aveva.” (R. Tagore, La casa e il mondo)

“Ricordi quasi tutto e questo è male.” (D. Gorret, Venticinque maniere per morire)

“Quel modo truce e onesto, solo apparentemente spietato, di giudicare gli altri.” (A. Piperno, Con le peggiori intenzioni)

“Un vero cuore d’oro, che si toglierebbe il pane di bocca… E in più gentile, e sempre in gamba e sempre allegro, una vera benedizione! (E. Zola, Il dottor Pascal)

“La sua intelligenza curiosissima, è chiaro, gli dava il privilegio di intuire il subconscio degli individui […]. A ciò si aggiunga un coraggio spontaneo e naturale nell’espressione del proprio pensiero, ed ecco spiegate l’ammirazione, l’invidia e l’ostilità che tanti nutrivano nei suoi confronti.” (D. Barenboim, Ricordo di Edward Said)

“Amava quella sua immagine di uomo saggio, mite, indipendente. Si dimostrava sempre utile e disponibile, affascinava spesso le persone e le donne, finché queste, dopo poco, ritenevano di non poter aggiungere altro a quanto lui già possedeva.” (U. Riccarelli, Il migliore amico dell’uomo anzi della donna)

“Guarda che stile. Guarda che termini. Guarda quanti livelli di significato. Guarda che sintassi: varia, raffinata, complessa.” (F. McCourt, Ehi, prof!)

“Ha fatto di tutto. Umorismo, suspense, poesia, romanzi, storia, viaggi: non c’è argomento che non sia in grado di trattare.” (C. Portis, Maestri di Atlantide)

“Ah, che bellezza! Che grandezza, che genio, che poesia!” (W. Gombrowicz, Ferdydurke)

“What was his travelling, his bachelorhood, but a search for his element? He was thirty-four and still seemed to be merely visiting the world.” (J. Updike, I’m Dying, Egypt, Dying)

“See what it is to be a traveler. Right!” (R. L. Stevenson, Treasure Island)

“Era abituato alla solitudine, ma l’assenza di responsabilità immediate gli rovesciava addosso un flusso impetuoso di ricordi” (V. Chandra, Amore e nostalgia a Bombay)

“Ha quella piacevole leggerezza di tratto tipica dell’uomo che vale e sa di valere.” (R. Walser, Jakob von Gunten)

“Aveva delle forti passioni e un’immaginazione infuocata; ma la fermezza l’aveva salvato dai soliti errori della gioventù.” (A. Puškin, La donna di picche)

“Questo è un uomo che sa sopportare. Quest’uomo è degno della mia generosità!” (S. Perricone, La notte)

“Volevo chiedergli, possibile che la tua vita fosse diventata una cosa che ormai serviva soltanto agli altri?” (A. Munro, La vista da Castle Rock)

“Se fossi un critico dovrei dire che si trattava di un continuatore accrescitivo di Joyce, ma meno puerile o senile dell’ultimo Joyce che seguiva alla lontana.” (J. Marías, Tutto male torna)

“Quella che a prima vista sembra una occhiata distratta e scherzosa si rivela – rileggendo – uno sguardo geniale.” (F. Varanini, Leggere per lavorare bene)

“Preferiva arrivare in anticipo piuttosto che correre il rischio di perdere la coincidenza.” (B. Carvalho, Undici)

“La puntualità era la sua malattia: una spinta più forte di ogni tentazione. Neanche un principio morale. Né un precetto di buona educazione. Invece un bisogno animale, senza merito dunque.” (G. P. Nimis, Il tallero di Günzburg)

“Leggeva e scriveva, assomigliava un po’ al dottor Zivago, credo.” (Q. Xiaolong, Quando il rosso è nero)

“Ma nonostante facesse di tutto per non darlo a vedere, io so che quello era un uomo con la U grande. Uno dei pochi. Un pellegrino vero.” (N. Artuso, Il passo perfetto)

“Gli piaceva osservare, dedurre, indovinare, scoprire facce nuove, soppesare figure in ascesa, potenti in declino, patti taciti, tradimenti da salotto, delitti sociali.” (E. Mendoza, La verità sul caso Savolta)

“Pareva vivere unicamente secondo la propria legge e ubbidire solo al proprio codice di comportamento.” (I. Némirovsky, Jezabel)

“Tale senso di autorità emana dalla sua scarna figura che nessuno accenna a reagire.” (F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov)

“La melanconia del carattere, l’intelligenza inasprita, la bontà d’animo, perfino le debolezze e i vizi, compagni inevitabili dell’umanità, tutto era in lui attraente fuor del comune.” (Alexàndr Puškin, Viaggio ad Arzrúm)

“Sempre più scopro la bontà e la saggezza di quest’uomo e sento che ha qualcosa d’importante da dare.” (T. Tarnoff, Il venditore d’ossa di Benares)

“Un eroe della resistenza alla mediocrità del mondo.” (S. Quadruppani, In fondo agli occhi del gatto)

“Tu hai paura di te stesso. Di niente altro. Questo vale anche per me.” (H. Mankell, Scarpe italiane)

“I posteri se lo ricorderanno, e a lui, che gliene viene?” (M. Morazzoni, Un incontro inatteso per il consigliere Goethe)

“Magari è uno di quei tipi tranquilli, troppo saggi per desiderare l’immortalità.” (S. Sant’Anna, All’imbocco del tunnel)

“L’uomo era colto, intelligente, sveglissimo, ma si sentiva che non aveva alcun bisogno di dimostrarlo. Era sereno.” (T. Terzani, Un altro giro di giostra)

“Geniale, geniale, geniale! E profondamente altruista.” (A. Bracci, Il treno)

“Anzi, è l’uomo perfetto, oserei dire.” (R. Charbonnier, La sorella di Mozart)

“À d’aussi augustes sentences, il n’y a rien à ajouter.” (A. Nothomb, Hygiène de l’assassin)

“Mai nessuno ha parlato così di se stesso.” (I. Bachmann, Ondina se ne va)
letteratura
Incontri letterari: Henning Mankell
20 marzo 2006

Incontri letterari: Henning Mankell

Se doveva essere una riunione per discutere sul cupo destino dell’Africa, è stato senz’altro un avvenimento interessante, pienamente riuscito. Se invece lo scopo dell’incontro al Campidoglio (23/11/2005) era la presentazione del nuovo libro di Henning Mankell, beh, non che l’evento sia stato deludente, ma forse è da rivedere il sistema degli oratori che dovrebbero parlare dello scrittore – o almeno introdurre velocemente dei temi su cui poi l’autore potrà dire la sua – e invece finiscono un po’ per perdersi nei meandri di lunghi ricordi personali. Ma insomma.

Siamo d’accordo con Mankell e i suoi anfitrioni: è facile, superficiale e molto pericoloso dire che gli africani muoiono di mille malattie perché non sono in grado di prendere le medicine, non hanno idea di che cosa sia la regolarità, non possiedono un orologio, non resistono all’istinto (di bere, quando l’acqua è stagnante e maleodorante; di accoppiarsi, quando tanti uomini e donne sono affetti dal virus dell’hiv e magari neanche lo sanno).

È facile, perché scarica le nostre coscienze distanti di europei che hanno altro a cui pensare; è superficiale, perché le cose non stanno (o non stanno semplicemente) così; è pericoloso, perché per quanto prive di rabbia, ostilità o disgusto, queste sono affermazioni palesemente razziste.

Ma soprattutto: le chiacchiere, come si suol dire, stanno a zero. La situazione è disperata, e a questo punto ben più importante del dire è il fare.

Ecco perché sono nati i Memory Books, quaderni su cui giovani genitori malati di aids riportano i propri ricordi e qualche consiglio per il futuro dei figli, che difficilmente vedranno crescere. Un’operazione di estrema importanza sociale e culturale, che potrebbe salvare la memoria di un continente altrimenti destinata a svanire.

Ed ecco perché Henning Mankell, svedese di nascita ma africano d’adozione, ha dedicato Io muoio, ma il ricordo vive ai Memory Books e devolve il ricavato delle vendite al progetto Aids di Plan International.

Ma torniamo all’incontro capitolino: i conferenzieri seduti dietro ai microfoni parlano con trasporto, sciorinando dati, raccontando aneddoti, accusando l’Occidente, sproloquiando, commentando e interpretando (en passant) il libro di Mankell, che peraltro non viene mai chiamato in causa. Anzi, lo scrittore si trova suo malgrado a “fare tappezzeria” e si limita a sorridere, con frequenti espressioni di stupore e incredulità, mentre ascolta attentamente le parole che la traduttrice simultanea gli sussurra all’orecchio. Le sue smorfie mute, comunque, sono più che eloquenti (“ah sì? Io ho voluto affermare questa cosa? Bah… non me ne ero accorto, che buffo… mah, se lo dice lui… boh, punti di vista…”), e io non posso fare a meno di ridacchiare sommessamente.

Si fanno discorsi interessanti, per carità: pochi sanno che, se è vero che nel sud del mondo milioni di bambini muoiono di aids, è vero anche che la diarrea miete molte più vittime. E allora partono proclami e proposte. Perché non si riesce ad organizzare una Giornata Mondiale contro la Diarrea? Suona forse come un avvenimento ridicolo? E non è molto più ridicolo continuare a non fare nulla, quando per fermare la diarrea in Africa basterebbe un rimedio casalingo a base di acqua, limone e zucchero (una terapia molto più semplice e infinitamente più economica di quella contro l’aids)?

L’Uomo Bianco è il grande imputato di questo incontro accalorato. A quanto pare, dopo aver causato danni irreparabili, ora sta compiendo l’ultima violenza ai danni dell’Africa, per certi versi la più bieca: sfruttando perfino la solidarietà. Si è presentato lì con quattro soldi e anche con la spocchia di chi sente che “fare del bene” è la sua missione. E per giunta, senza nutrire la minima fiducia nella maturità della gente del posto.

Per fortuna a questo punto qualcuno interviene parlando dei Memory Books come metaforici ponti tra due culture, o come una mano da tendere all’Africa; finalmente Mankell prende la parola e comincia il suo monologo, che io provo a trascrivere.

La notte mi capita di svegliarmi, in un bagno di sudore. E ho paura. Ho paura che noi occidentali non ci rendiamo veramente conto di quanto stia succedendo nel mondo. Siamo così miopi, e così meschini. E troviamo tranquillizzante poter fare ancora distinzioni tra “noi” e “loro”. Non abbiamo capito proprio nulla.

Una prova? Si parla tanto di come gli africani muoiono, ma nessuno dice mai niente su come vivono. E vivono eccome! In Africa si avverte una grande voglia, un immenso bisogno di vita. Quante speranze per il futuro, nonostante la povertà, le malattie e tutto il resto. Eppure nell’occidente ricco non se ne parla. Forse non è abbastanza interessante.

Avverto un forte disprezzo nei confronti degli africani, e questo disprezzo mi spaventa. È difficile per noi cittadini europei considerare delle persone malate e denutrite come dei nostri simili. Naturalmente questo non possiamo ammetterlo, perché alle nostre orecchie suonerebbe come un’affermazione razzista. E allora cerchiamo delle scuse per poter dire la stessa cosa ma in maniera apparentemente più morbida, in modo da non tormentare troppo la nostra suscettibile coscienza. Però nel profondo lo sentiamo chiaramente: gli africani non sono uguali a noi.

Possiamo fare qualcosa per rimediare?

La drammatica verità è che possiamo sempre fare di più, ma non potremo mai fare abbastanza. Ormai.

Vi faccio una domanda: qual è il centro dell’Europa? Bruxelles? Parigi, Roma? Londra? Sono tutte risposte sensate, se consideriamo la questione da un punto di vista politico, artistico o finanziario. Per me però il centro simbolico dell’Europa è Lampedusa: lì si decide veramente come sarà l’Europa del futuro.

Oggi c’è un’Europa in cui i poveri africani arrivano per sfuggire alle malattie, alle dittature, alle guerre, alla miseria; ma difficilmente riescono a vederla, questa Europa, e muoiono stremati sulle spiagge di Lampedusa. Domani potrebbe esistere un’altra Europa, accogliente, che tende la mano a chi chiede aiuto. Chissà.

E mi chiedo: il terrorismo ci fa paura, e allora investiamo denaro, tempo, contingenti militari, ogni genere di risorse per combattere il terrorismo. Ma perché non investiamo un po’ di forze per combattere l’aids in Africa? (Attenzione: sto usando la parola “Africa” per parlare di tutto il cosiddetto sud del mondo, e la parola “aids” per indicare tutte le malattie che affliggono questo sud del mondo).

La risposta è molto sgradevole da sentire: è perché non ci sentiamo direttamente minacciati. E allora, in fondo, che cosa ce ne importa?

Un tempo il mondo si poteva distinguere fra paesi ricchi e poveri, paesi sviluppati e sottosviluppati. Oggi la linea di confine è un’altra, e separa i posti in cui le malattie sono mortali dai posti in cui sono solo croniche.

Non è uno scandalo che al giorno d’oggi un bambino possa morire di malaria, o di polmonite, o di diarrea? Beh, noi non stiamo parlando di un bambino, ma di milioni e milioni di bambini! Le disgrazie succedono, purtroppo, ma quando una malattia come la malaria arriva a falcidiare un intero continente, io non riesco a trattenere la mia rabbia: certi flagelli si potrebbero evitare così facilmente…

Concludo: ho cominciato il mio intervento raccontandovi che di notte mi capita spesso di svegliarmi all’improvviso, angosciato, eccetera eccetera.

Devo però ammettere che oggi, qui tra voi, in mezzo a gente che – mi sembra – la pensa come me, mi sento più tranquillo. E mi dico che forse non è troppo tardi per fare qualcosa.

Ho il tempo per una domanda al volo, e chiedo a Mankell qualcosa in più sui Memory Books: come ne è venuto a conoscenza, o quando ha deciso di legare il suo nome al progetto.

Senti questa storia. In un villaggio dell’Uganda, una volta, mi ha avvicinato una bimbetta di dieci anni con un quaderno in mano. I suoi genitori erano morti di aids, e lei mi voleva mostrare il Libro della Memoria di sua madre. Su questo quaderno non c’era scritto niente; ma tra le sue pagine ho visto una farfalla essiccata, bellissima, con delle grandi ali azzurre.

La bambina mi ha detto: “io avevo una madre, e lei amava molto le farfalle”. Tutto qui. Questo libro come opera letteraria forse non ha un gran valore, ma come documento è essenziale. Io conosco Shakespeare, Dostoevskij, Elsa Morante, ma arrivo ad affermare che questo è il libro più importante che abbia mai letto.

“Quando tutte le inchieste, i rapporti, i calcoli finanziari, le raccolte di poesie, gli spettacoli, le formule matematiche per il lancio dei missili, i programmi per i computer, tutto quello che modella la nostra vita e la nostra storia sarà dimenticato, allora, forse, questi sottili quaderni, questi ricordi di chi è morto troppo presto, saranno i documenti più importanti del nostro tempo.”

(Henning Mankell, Io muoio, ma il ricordo vive, Marsilio, pag. 43)

Francesco Denti

(articolo pubblicato su Orizzonti n. 28, marzo 2006)




permalink | inviato da il 20/3/2006 alle 11:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
letteratura
Incontri letterari: Anita Rau Badami
4 novembre 2005

Incontri letterari: Anita Rau Badami

Roma, Ambasciata indiana, maggio 2005: la scrittrice Anita Rau Badami è invitata a presentare il suo ultimo libro, “Il passo dell’eroe”, edito in Italia da Marsilio con la traduzione di Fabio Zucchella.

Il romanzo si svolge nella città indiana di Toturpuram e racconta la difficile esistenza di Sripathi Rao e della sua tradizionalissima famiglia di casta braminica, ormai decaduta. La notizia tremenda della morte di Maya – figlia amata, ma ripudiata da anni perché sposata con un americano contro il volere paterno – porta alla Grande Casa di Toturpuram dolore e disperazione, ma non solo: con Maya è morto suo marito, e qualcuno dovrà pur prendersi cura della piccola Nandana…

Nel corso di questa conferenza, Anita Rau Badami parla brevemente della sua vita, tanto per mettere in chiaro una cosa:

Da ormai dodici anni abito in Canada, scrivo e penso in inglese, ma il mio paese è l’India. Il trasferimento non mi ha provocato il minimo shock culturale o linguistico (a parte che l’inglese per me è una lingua madre, come del resto l’hindi, il kannadi e il bengali); l’unico shock che ho subìto è stato di carattere climatico (sono partita da Madras, dove c’erano 40 gradi, e sono scesa dall’aereo a Calgary, meno 15. Che incubo! E dire che in Canada era primavera, mica il più rigido degli inverni: bardata con tre giacconi uno sopra all’altro, ricordo che guardavo incredula i tanti, buffi nordamericani che in calzoncini e maglietta facevano jogging per la strada, e mi chiedevo se mi sarei mai abituata a quel freddo…).

Comunque il mio legame con l’India è molto stretto e intenso. Sarà sempre il mio paese, non mi sentirò mai una straniera. E uno dei motivi per cui scrivo continuamente storie che si svolgono in India è che così ho una scusa per passare un po’ di tempo nella mia terra. Prima di cominciare a buttar giù un romanzo profondamente indiano avverto un assoluto bisogno di respirare atmosfera indiana… e in questo modo non perdo il contatto con i luoghi che amo, e a cui sono immensamente grata: crescere lì mi ha vaccinato; dopo aver vissuto in India, trovarmi in qualunque altro posto oggi mi pare così facile, una vera passeggiata.

Un bel sorriso, molto indiano. Poi qualcuno fa notare che l’autrice ha una scrittura olfattiva, oltre che visiva, un modo di raccontare altamente evocativo che permette al lettore di sentirsi davvero nelle bollenti, polverose stradine di Toturpuram, o nella fatiscente Grande Casa.

Io ridacchio fra me e me, pensando ai gravi problemi fognari di Casa Rao, e mi chiedo se questa osservazione sulla narrazione olfattiva sia proprio un complimento. Anita Rau Badami non dice niente, ma sembra leggermi nel pensiero perché ad un tratto sorride anche lei.

Da quel momento, si parla della trama del libro e del suo significato. Si passano brevemente in rassegna tutti i Rao (Sripathi, modesto copywriter in una piccola agenzia di pubblicità; la vecchia e scorbutica Ammayya, sua madre; la fedele Nirmala, sua moglie, mai ascoltata abbastanza; la povera Putti, sua sorella, ancora in attesa di una proposta di matrimonio; l’idealista Arun, suo figlio disoccupato) mettendo in evidenza la faticosa difficoltà della loro esistenza e il fatto che ognuno, a modo suo, è un eroe della vita quotidiana. Segue la lettura di qualche brano.

* * *

Adesso ci troviamo sulla terrazza dell’ambasciata, per un rinfresco speziato a base di chapati, dosa, idli, bonda, pollo masala e salsa chutney. Quando vedo che Anita Rau Badami si è finalmente svincolata dai funzionari dell’ambasciata, mi presento, scusandomi se il suo meritato spuntino dovrà aspettare ancora qualche minuto.

Fammi pure tutte le domande che vuoi. Io cercherò di darti risposte molto interessanti… anche se magari non saranno vere!

Toturpuram in inglese suona come “torture-puram”, città della tortura. Una coincidenza, pensando alla vita difficile della famiglia Rao?

Uh, no, non c’entra niente. A dire il vero non ci avevo mai fatto caso.

Sorride sorpresa: sarà vero? Ma a questo punto neanche le chiedo se la somiglianza tra il Rau del suo cognome e il Rao di Sripathi sia casuale o non sia, al contrario, un omaggio/denuncia alla sua famiglia. Meglio cambiare registro.

La morte di Maya e l’arrivo in India della piccola Nandana costringono il cocciuto Sripathi a ripensare la propria vita, a rivedere le proprie posizioni e le proprie scelte, e quindi, indirettamente, a farsi delle domande sulla società indiana, sul sistema delle caste e dei valori, sul ruolo della donna nella tradizione e nel presente.

Sripathi incarna le tipiche contraddizioni dell’India: manda Maya a studiare in America, ed è anche molto fiero della sua piccola che ha ottenuto una prestigiosa borsa di studio. Però il pensiero che sua figlia un giorno possa lavorare (e per giunta in un altro continente!) non lo sfiora neanche: infatti contemporaneamente le trova un fidanzato indiano, come vuole la tradizione. È chiaro, quindi, che nei suoi piani Maya è destinata a diventare moglie e madre in India.

C’entra qualcosa il fatto che Sripathi sia (e sia sempre stato) un fallito? Da bambino doveva diventare chissà chi, i suoi ambiziosi genitori gli facevano imparare a memoria l’enciclopedia, e poi, poco dopo l’ammissione alla facoltà di medicina, lui abbandona miseramente l’università. In seguito trova un bel lavoro come giornalista a Delhi, ma cede ai capricci di sua madre e rimane, frustratissimo, a Toturpuram.

Sì, sì. I successi di sua figlia sono indubbiamente una forma di riscatto per Sripathi. Lui stravede per Maya, è bella e intelligente, una fonte di gratificazione inesauribile… così quando lei lo “tradisce”, mandando a monte il fidanzamento con il buon partito indiano, per Sripathi è un colpo durissimo.

Ma perché, in fondo? Forse Sripathi sente che sua figlia sta prendendo in considerazione una vita lontana dall’India e dalla sua famiglia?

Il problema non è tanto che Maya si sia scelta un uomo da sola, né che quest’uomo sia un occidentale: Sripathi è abbastanza illuminato e aperto da accettare l’una e l’altra cosa. Quello che proprio non riesce a mandare giù è il sentirsi umiliato dalla figlia prediletta. Lui, Sripathi (e non Maya!), dovrà andare col capo cosparso di cenere a casa del mancato consuocero, e mortificarsi per il comportamento di sua figlia. Con questo colpo di testa, Maya – agli occhi di Sripathi – ha fallito nel suo dovere di figlia e di futura moglie, dimostrando totale mancanza di rispetto nei confronti della sua famiglia.

Dopo la tragica notizia dell’incidente, Sripathi cambia radicalmente il suo atteggiamento nei confronti della vita e del mondo: da razionale, scettico e sarcastico, diventa ad un tratto religioso e molto superstizioso. È una necessaria e istintiva reazione, per provare a lenire il senso di colpa?

Quando il mondo ti crolla addosso e tu ti senti in qualche modo responsabile (non dell’incidente, è chiaro: ma pensi con rimpianto alle numerose occasioni in cui avresti potuto essere meno testardo e perdonare, ricucire un rapporto tanto intenso), credo sia normale affidarsi alla religione, anche scadendo nella superstizione, per scaricare un po’ di pesi dalla coscienza. È un momento di debolezza, ma è solo una fase: Sripathi avrà presto un altro tipo di reazione, molto più costruttiva, che lo porterà ad ottenere il “perdono” dalla piccola Nandana.

I “nostri” non arrivano al galoppo, ma al passo. Quello dell’eroe.

Esattamente.

In questo libro ci sono tutti gli elementi del dramma, equamente (si fa per dire) suddivisi fra i personaggi principali: Maya non solo muore e non solo lascia una figlia, ma muore anche “rinnegata” e lontana dalle proprie radici. Sripathi, dopo aver perso tragicamente Maya, rischia di perdere (o almeno di allontanarsi irrimediabilmente da) suo figlio Arun…

Per tacere del lavoro precario! Sripathi sta perdendo anche il suo modesto posto di copywriter.

Giusto. E poi Nirmala, che ha condotto una vita di fatica, sacrifici e compromessi inseguendo la felicità del focolare domestico, si rende conto – forse troppo tardi – che avrebbe dovuto fidarsi del suo buon senso invece di dar sempre retta agli altri abitanti della Grande Casa. Arun è un idealista, un sognatore, ma anche uno scapolo sfigatello e inconcludente che finisce sempre per essere pestato alle manifestazioni e che a 30 anni non ha mai portato soldi a casa. Ammayya è una vecchia megera diffidente e sospettosa, e rappresenta valori e fissazioni di un tempo che non esiste più, per cui è forzatamente infelice in questa nuova era. Putti a 40 anni suonati si sente una bambina ormai ridicola, destinata ad avvizzire zitella. Nandana è un’orfanella sradicata dal suo Canada, catapultata in India e chiusa in un mutismo preoccupante…

Eppure a un certo punto la ruota gira, e per una serie di combinazioni più o meno fortuite e inaspettate si arriva a un incredibile lieto fine. Senza rivelare troppo, Putti diventerà finalmente adulta, spezzando il cordone ombelicale che la teneva incatenata a sua madre; Nandana in maniera simbolica perdonerà i nonni per aver ripudiato Maya; Sripathi si accorgerà della stupidità dell’orgoglio, si toglierà i paraocchi e riuscirà ad evitare con Arun l’errore commesso con sua figlia; Arun, dal canto suo, pur non rinnegando le sue battaglie saprà diventare uomo; Ammayya, infine…

Tutto come in un film di Bollywood (ma anche di Hollywood)? Forse non è un caso se la svolta avviene in un cinema.

Dopo essersi sentito un fallito per tutta la vita, Sripathi capisce che l’eroe da film per essere davvero un eroe ha bisogno di un destino avverso contro cui combattere. Ecco che scatta l’identificazione, ecco “Il passo dell’eroe”.

Pagina dopo pagina, il lettore viene colpito da notizie tremende, da situazioni insopportabili e penose, e di fronte a questa inarrestabile ondata di negatività sente che prima o poi dovrà arrivare una maledetta svolta. La domanda è: chi beneficerà di questa svolta e chi dovrà essere sacrificato? (In un libro serio, che non sia un paperback da edicola, non può andare TUTTO bene).

E invece il lieto fine è completo, per quanto a suo modo e per quanto possibile (visto che a certe disgrazie non si può rimediare). E la cosa sorprendente è che… è bello così.

Ti confido un segreto: chi mi ha tormentato davvero è stata la strega Ammayya, un personaggio antipatico e rancoroso. Così vecchia, eppure attaccata alla vita con tutte le unghie. Che liberazione, il finale!

Francesco Denti

(intervista pubblicata su Orizzonti n. 27 – ottobre 2005)




permalink | inviato da il 4/11/2005 alle 17:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Intervista a HM van den Brink (2002)
14 ottobre 2004

Oldies but goldies (ultimo atto?). Ecco anche l'intervista al simpatico scrittore olandese H M van den Brink.


Incontri letterari: H.M. van den Brink


Ho incontrato H.M. van den Brink a Torino, in occasione della Fiera del Libro. Lo scrittore olandese, reduce dal successo conseguito con il precedente "Sull’acqua", si trovava nel capoluogo piemontese per presentare il nuovo romanzo "Cuore di vetro", recentemente pubblicato in italiano da Marsilio.


Ne è uscita una simpatica, bizzarra, informale chiacchierata, in cui la figura dell’intervistatore e quella dell’intervistato si sono spesso intrecciate e confuse.


Per convenzione, comunque, e per facilitare la lettura dell’articolo, le parole in neretto sono quelle dell’inviato di Orizzonti: quindi, le mie.


 


Prima di sottopormi all’interrogazione, posso farti una domanda io?


Certo, così movimentiamo l’intervista e la rendiamo anche più originale: prego.


Dopo aver letto "Cuore di vetro", che cosa ti è rimasto? Quale è il messaggio, secondo te? (A proposito, pensi che ce ne sia uno?) E… hai notato qualcosa di particolare, che so, hai delle osservazioni da fare?


Alla faccia della domandina… ehm, mi sento intimorito a comunicare le mie impressioni su "Cuore di vetro" direttamente a chi l’ha scritto. Sa, non è come scrivere una recensione e sapere che prima o poi capiterà sotto gli occhi dell’autore. Comunque, direi che è un libro non superficiale, ma incentrato sulla superficialità: è vero?


Beh, sì. Superficialità nella vita, a partire dai rapporti umani: la gente ha paura di andare a fondo nelle cose. Credo che sia un libro sulla mancanza di amore, di passione, di interesse: tutte forme di coinvolgimento di cui il protagonista Erik Loeff ha paura.


Rinunciare a un’implicazione emotiva, insomma, per Loeff vuol dire innanzi tutto togliersi un potenziale problema, una potenziale sofferenza, una potenziale condanna.


Che cosa ti aspetti da uno che si considera "felicemente divorziato"? Non so, è un’espressione che mi fa rabbrividire, un assurdo controsenso.


Ma ti prego, vai avanti: mi interessa sapere che cosa sono riuscito a trasmetterti.


Ho l’impressione che sia un libro molto maschile. Non nel senso di maschilista, ovviamente (Loeff è succube dell’umore di Julia, e l’ultima cosa che farebbe è rinchiuderla in casa a badare ai fornelli). Però si avverte una certa solidarietà con le delusioni del protagonista, così riluttante a crescere, come molti uomini del resto. Un po’ fa pensare ai personaggi dei libri di Nick Hornby, ma lì c’è un certo compiacimento nell’essere infantili, qui no… Si riconosce in quello che dico?


Sì, assolutamente sì (ride). Facendo una media tra i giudizi che ho ricevuto, devo dire di aver riscontrato reazioni molto favorevoli da parte del pubblico maschile; e in tanti mi hanno confessato di aver apprezzato il libro anche per quello strano istinto di crogiolarsi nei propri dubbi e nelle proprie sofferenze, tipico degli uomini insicuri arrivati a una certa età. Evidentemente si sono sentiti capiti. Al contrario, mi sono piovute addosso delle lamentele da parte di alcune lettrici. Ad onor del vero, però, una giornalista mi ha rincuorato dicendomi di aver goduto di una lettura piacevolissima, sebbene poi si sia ritrovata alla fine del libro con un profondo senso di malinconia che probabilmente non si aspettava. Ecco, questa mi sembra un’ottima chiave di lettura; o, per lo meno, è quello che speravo di lasciare ai miei lettori.


Sulle differenze con Nick Hornby, sono sostanzialmente d’accordo con quello che dici. Penso all’amore smisurato per i dischi in vinile che nutre il protagonista di "Alta Fedeltà", dopo di che lo paragono con Loeff, quando scrivo di lui: "Non è uno di quelli che considera la musica pop in realtà un’arte. Tutto in realtà è un’arte. Tutto in realtà è qualcos’altro."


Rob di "Alta Fedeltà" ama davvero la sua musica, è un tutt’uno con i suoi dischi; in "Cuore di vetro" io cito continuamente nomi di bands e titoli di 45 giri, ma soprattutto perché una canzone di tre minuti è la forma più leggera e meno impegnativa di cultura, di arte, o anche di interesse, di hobby. Non bisogna fare nessuno sforzo, è una compagnia che si può piacevolmente subire.


Ma continua: hai notato altro?


"Noia, ossia: troppe possibilità. Stanchezza: quando sono state riempite tutte." Forse che questo senso di vuoto, questa mancanza generale di amore è il suo modo di considerare la fine di un’epoca, la sua personale e pessimistica visione del volgere del millennio? C’è una connessione? Non lo so, sto solo azzardando…


Il libro effettivamente è stato scritto fra il 1998 e il 1999, quindi la fine del secolo e del millennio è una cornice temporale molto adatta per il diffuso atteggiamento di preoccupata, ma superficiale passività nei confronti della vita. Forse non è un caso se spesso viene nominato anche Bill Clinton, eccezionale protagonista e testimonial di un periodo assai vacuo, in cui l’America (e il mondo, di riflesso) non si preoccupavano che degli scandaletti a sfondo sessuale del presidente…


Senti, passiamo ad altro: sono curioso di sapere come hai trovato il personaggio di Julia.


Pericoloso, come l’eterno femminino. Julia è sfuggente, non offre appigli, infonde timore e smarrimento in chi gli sta o prova a stargli accanto. Il povero Loeff si sente sempre inadeguato, non all’altezza. E poi, invece, scopriamo che l’atteggiamento così cool di Julia è una corazza, una maschera, un modo di dissimulare la sua propria insicurezza.


Sì, tutto sommato sì. Julia è la proiezione di Erik Loeff, è quello che lui vorrebbe essere. O semplicemente come vorrebbe apparire, forse. Il segreto sta nel vetro, l’autentico protagonista del romanzo: è come uno specchio, no? Gli specchi possono anche deformare le immagini che riflettono, e quanto più Loeff si sente fragile, tanto più vorrebbe essere duro, come il vetro infrangibile appunto, o come a lui appare Julia.


Già. E come la mettiamo con la girandola di sentimenti a cui assistiamo? La situazione affettiva si capovolge, anche se forse alla base di tutto c’è un malinteso mai chiarito: l’affaire finisce lì, senza risolversi, solo perché nessuno dei due va in profondità, nessuno ha voglia di rischiare, di impegnarsi, di fare il primo passo. Poveri Erik e Julia, che quadretto desolante…


Eh sì. D’altra parte, se la vacanza a Barcellona – e in particolare un memorabile pomeriggio in giro per negozi – è il momento più alto del loro stare insieme, qualcosa vorrà pur dire. Una coppia la cui affinità si regge sullo shopping (per quanto sui generis, come shopping) ci fa subito tornare all’idea di vuoto, di assenza.


E in questo vuoto come si inseriscono l’architettura e l’urbanistica, che evidentemente sono temi centrali nel suo romanzo?


Ogni mattina, milioni di Erik Loeff rimangono imbottigliati sulla strada che va da casa all’ufficio, e si lamentano, imprecano contro il TRAFFICO, senza rendersi conto che tutti loro sono parte di quell’essenza demoniaca. Dal finestrino dell’auto, ogni Erik Loeff guarda annoiato vialoni stracolmi di palazzi anonimi, brutti, edifici nati come luoghi di lavoro, evidentemente costruiti senza passione, da persone che non amavano ciò che stavano realizzando. L’architettura è necessariamente lo specchio di una società: una casa è il posto in cui viviamo, quindi riflette anche ciò che siamo.


E noi siamo superficiali. Il People Plaza, il progetto di un’immensa costruzione di vetro, è forse l’unica idea in cui Loeff crede veramente. E se poi il cliente dimostra di preferire il progetto alternativo solo per il tono più suadente e "pubblicitario" della presentazione, il messaggio negativo riferito all’odierna società civile mi sembra forte e chiaro.


Sì. Comunque… è solo un romanzo. Anche se – e questo scrivilo, perché fa vendere copie – sembra concepito apposta per una trasposizione cinematografica. E’ un libro di immagini, scene, inquadrature, tutto ripreso attraverso il vetro della telecamera.


Bene. Con quest’ultimo intervento qualche copia del libro dovremmo averla piazzata… ci fermiamo qui?


Eh no, scusa: già che ci siamo, lasciami giocare l’asso di briscola. Avvertiamo i lettori di Orizzonti che "Cuore di vetro" è anche un libro con molte scene di sesso: c’è poco amore, ma sesso in abbondanza. Scrivilo, mi raccomando, e anzi scrivilo stampatello, magari. Se fa vendere copie l’idea di un film, figuriamoci quanto fa vendere il sesso. E poi, se qualcuno non ha voglia di leggere tutta l’intervista, forse nota almeno la parola SESSO!


 


Francesco Denti


 


Intervista uscita su Orizzonti n. 20 (Novembre 2002), nella rubrica "Incontri letterari"




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Intervista a Italo Capizzi (2002)
14 ottobre 2004

Oldies but goldies (aridaje!). A questo punto metto on line anche la bella intervista rilasciata dallo scrittore Italo Capizzi.


Segnalato al premio Calvino con "In fondo", romanzo mai pubblicato, Italo Capizzi ha da poco ottenuto la sua prima uscita editoriale con "Il Parolifero", per Stampa Alternativa.


INCONTRO CON


ITALO CAPIZZI:


"Ho cominciato a scrivere tardi, quando


sono andato in pensione"


 


Lei è un uomo che per lavoro e per passione si è sempre occupato di comunicazione. Fra le tante forme di comunicazione che hanno interessato la sua vita, che posto aveva e che posto ha oggi la scrittura?


La letteratura è rimasta a lungo nascosta nel fondo dei miei pensieri, dei miei desideri; ho sempre letto molto, e stavo invecchiando sui libri degli altri. Ho cominciato a scrivere tardi, quando sono andato in pensione, ed è un peccato, perché in genere quella è l’età in cui cadono le ambizioni.


E qual è stato il suo primo passo letterario?


Il mio esordio si chiama "In fondo", ed è un romanzo che si svolge nel dopoguerra; più precisamente, è la storia di un reduce che torna al suo modesto lavoro in un ufficio di contabilità, a una realtà grigia dalla quale è costretto a evadere almeno con il pensiero.


E che cosa ne è stato di questo "In fondo"?


Presentato al Premio Calvino, ha ottenuto la seconda menzione: un risultato che mi ha riempito di soddisfazione, ma che mi ha lasciato anche un po’ di amarezza per la mancata pubblicazione.Evidentemente un romanzo presentato a un concorso per inediti era destinato a rimanere inedito, una sorte che sa di beffa.


Come mai? Le solite misteriose "ragioni di mercato"?


Credo di sì: difficoltà di inserimento in una collana editoriale, roba del genere. Per sperare di vederlo stampato mi era stata richiesta una riduzione drastica, con tagli sostanziali.


E poi che è successo?


Anziché revisionare e stravolgere un’opera che per me era compiuta così com’era, ho pensato di scrivere un nuovo romanzo, ed è nato "Il parolifero", uscito per Stampa Alternativa. È la storia di un uomo che raccoglie parole inservibili in un periodo di contestazione, in un’atmosfera carica di violenza; il ritratto di un individuo fuori della realtà, che proprio da questa realtà viene sopraffatto.


Forse Antonio Cordo, il protagonista, colleziona le parole sbagliate, troppo leggere e senza peso per quei tempi?


Non c’è dubbio che in un’epoca di impegno civile e rivoluzionario esistono parole più adeguate, anche per un’ipotetica collezione; parole più pesanti, più coscienti, più – appunto – impegnate. Ma questa raccolta di parole è ovviamente una metafora, e resta dunque la convinzione che sarebbe stato opportuno rinunciare a una simile, insolita ricreazione e passare a un’assunzione pratica di responsabilità.


Cordo ha una visione pessimistica della politica: per lui non va al di là di parole anche belle ma vuote, inutili e fini a se stesse…


Cordo è dominato da una follia, una nevrosi che gli impedisce di partecipare alle riunioni politiche, perfino alle discussioni. Le parole della contestazione, dell’azione, della rivoluzione, che gli altri gli rovesciano addosso, lui le subisce, turbato, incapace di reagire. In un’atmosfera di conflitto, di rabbia e di dolore, certe parole sono inutilizzabili. Bisogna scegliere parole partecipi per non essere sopraffatti dalla realtà. E oggi che assistiamo a una nuova ondata di violenza e di tensione politica, tra scontri sociali e turbamenti istituzionali, "Il Parolifero" è tornato attuale.


Anche il rapporto con la religione viene espresso non senza turbamenti…


Il personaggio oscilla fra la devozione e il dubbio, e ne soffre.


E la vecchiaia? Cordo ha solo 40 anni ma si sente decrepito, logoro, senza più illusioni…


Il protagonista in effetti invecchia pur senza essere invecchiato: si consuma dentro, marcisce. Accanto a sé ha una moglie senza qualità, un personaggio assolutamente passivo, negativo. E il povero Cordo ha come unica risorsa quella di mettersi davanti a un muro bianco e provare ad afferrare parole inutili. Un quadretto disarmante: come si fa a non invecchiare?


"Davanti al suo muro quella notte Antonio Cordo meditò che non gli restava niente della vita, tranne una collezione di parole inutilizzate e il ricordo di una illusione perduta". Verrebbe da dire che c’è ben poco da ridere, eppure leggendo "Il parolifero" le labbra tendono spesso a dischiudersi in un sorriso colpevole.


È vero, e sono contento che si noti. La storia è intrisa di situazioni grottesche, descritte con cattiveria, addirittura con ferocia. E su un terreno simile la vena ironica si può sbizzarrire. Ci si sente un po’ a disagio a ridere di tanta infelicità, ma ogni tanto è inevitabile. E poi forse serve a sdrammatizzare la storia.


 


Francesco Denti


Intervista uscita su Orizzonti n. 19 (Agosto 2002), nella rubrica "Incontri letterari"




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Intervista a Hot Stuff (2001)
14 ottobre 2004

Oldies but goldies (daje!). Ecco anche una bella intervista all'illustratore, fumettista, sceneggiatore e cantante Fabio Redaelli "Hot Stuff".


Hot Stuff, la "roba forte" di Fabio Redaelli


 


Come è nato Hot Stuff? Quando è avvenuta la trasformazione del timido Fabio Redaelli nel superdisegnatore dall’identità segreta? Peter Parker è diventato l’Uomo Ragno grazie a (o per colpa di) una puntura di ragno radioattivo. A te che cosa è successo?


Beh, in effetti è come se fossi stato morso dagli albi dei supereroi. Spidey e compagni mi ricordano l’adolescenza, un’epoca d’oro in cui con il mio amico Corrado Mastantuono (che poi ha spiccato il volo, passando a Comic Art, alla Disney ecc.) inventavamo i nostri eroi mascherati e ci sbizzarrivamo a immaginare superpoteri, costumi avveniristici e calzamaglie colorate. I supereroi sono i tempi in cui tornavo da scuola, e appena finivo i compiti (che spesso, dato il tipo di scuola, erano proprio disegni) cominciavo a disegnare per me stesso. Una passione autentica, quasi mi commuovo con queste memorie di solitudine bellissima, niente affatto triste. Erano momenti di ispirazione, di autentico furor creativo. Era il mio mondo, o almeno il mio angoletto.


Le avventure dei supereroi sono state il tuo primo amore, quindi?


Beh, prima ancora leggevo Topolino, Tira e Molla, Geppo, i giornaletti popolari da edicola insomma; ma la consapevolezza che da grande avrei voluto disegnare l’ho raggiunta con i fumetti Marvel: guardavo a disegnatori come Romita o Buscema e mi riconoscevo nei loro tratti, nello sguardo di Mary Jane, nelle curve morbide di Gwen Stacy, o ancora nell’articolazione dell’Uomo Ragno mentre sta lanciando una ragnatela…


Gli anni ‘50 e i primi ‘60 fanno spesso da sfondo alle tue storie, da un punto di vista temporale ma anche dello "spirito". Quanto subisci il fascino della golden age?


Lo si può immaginare. Quell’epoca è un mood che sento forte dentro, è normale che in qualche modo esca fuori nelle mie tavole. Mi diverto a reinterpretare quei tempi, a rivisitarli continuamente.


E a proposito di quell’epoca, tu hai anche una band che si chiama Soul Mineo, evidente omaggio a Sal Mineo (attore maledetto dei primi anni Sessanta, coprotagonista di "Gioventù Bruciata").


C’è un legame stretto fra le arti popolari. Rock e comics vanno a braccetto da sempre, uniti dalla stessa matrice di cultura pop. Pensa a Robert Crumb o alle copertine di Rick Adams per i dischi dei Grateful Dead, con quella grafica underground allucinante e allucinogena, così vicina al fumetto. E senza andare tanto lontano, soffermati un momento su Pazienza e Liberatore, veri punti di incrocio fra rock e letteratura disegnata.


Tra l’altro molti disegnatori hanno una band, o comunque si lasciano ispirare dalla musica, che a sua volta viene ispirata dai fumetti. L’Uomo Ragno ha spopolato, celebrato sia dai Ramones che dai Cure… che dagli 883. E poi Max Brighel non chiude la posta dell’Uomo Ragno con il geniale nonsense dei Ramones "Gabba Gabba Hey"?


Torniamo a Hot Stuff: quale è il lavoro di cui sei più orgoglioso?


Di natura sono un insoddisfatto. Raramente mi sento appagato quando finisco un disegno. Anzi, in genere lo metto fra i lavori in stand-by, nell’"area purgatorio" della mia scrivania, e lì rimane per qualche giorno. Ho sempre la sensazione che manchi qualcosa, anche se non so bene che e dove.


Sei un perfezionista? Di quelli che non considerano mai compiuta una loro opera?


No, perché col tempo comincio ad accettare la mia creatura, e mi rendo conto che non solo può considerarsi terminata, ma che oltretutto non è niente male: tutta suo padre!


Il fatto è che quando intraprendo una nuova tavola, ho già chiara in testa la visione di come vorrei che uscisse fuori; e man mano che il lavoro procede è inevitabile che l’idea originaria venga modificata, magari da nuove intuizioni che al momento mi sembrano buone. Quando però mi rendo conto che il risultato finale sarà diverso dalle mie proiezioni iniziali, io soffro. Vivo un rapporto conflittuale con il disegno. Trovo piacevole e rilassante mettermi al tavolo con una matita in mano, ma presto subentra l’atmosfera della battaglia. Non so se contro me stesso o contro il foglio di carta… ma qualcosa nell’aria mi dice che ci saranno delle vittime.


Ci sarà pure un’opera che ti rende fiero, in mezzo a questi capolavori.


L’orgoglio paterno lo sento per un quadro intitolato "Ubi Maior… Felix", raffigurante un gatto su un tetto di notte: un incrocio fra il fumetto e la pittura artistica. E poi amo alcune storie dei Blues Bondage, che trovo perfette, lineari, precise sia come storia che come inquadrature… insomma, storie che mi rappresentano come autore.


E il classico progetto a cui uno pensa da tanto tempo, ma che non ha mai trovato l’occasione giusta per realizzare? Nel tuo caso esiste?


Come no: l’origine dei Blues Bondage. Vorrei tanto scrivere le loro Origini Segrete, rivelare al pubblico perché sono diventati così. Raccontare una dura infanzia in collegio, fra umiliazioni e frustrazioni, ovviamente farcita di particolari fetish. Non l’ho ancora disegnata, ma un giorno lo farò: sarà l’opera della vecchiaia, magari.


Il tuo rapporto con la Rete?


La gente continua a chiedermi: "Ma davvero non hai ancora un tuo sito?" Uff…


Negli anni ‘80 impazzavano le spillette, chiunque se ne appendeva una sulla giacca… chi aveva la bandiera inglese probabilmente era un mod, chi la A anarchica un punk, chi la lupa giallorossa un romanista. Il sito è come la spilla, un voler raccontare qualcosa di sé che probabilmente non interessa a nessuno. La gente è capace di tutto, ma leggere mortali biografie di gente qualunque è tremendo. Recentemente mi sono imbattuto in un sito di Ian Stewart, un membro fondatore dei Rolling Stones, quindi non una persona qualsiasi: beh, la sezione "about me" è terribile, foto al mare, foto in montagna, foto all’università, foto con il cane…


A che stai lavorando adesso? Dove è che i nostri lettori possono trovare le ultime meraviglie di Hot Stuff?


C’è una mia tavola sullo speciale "Happy Feet" di Blue. E poi sto preparando una storiella di un provino fotografico in cui le ragazze si spogliano provocando il fotografo. Per il momento, that’s all, folks!


 


Francesco Denti


Intervista uscita su Orizzonti n. 17 bis (Dicembre 2001), nella rubrica "Fumetti & Disegnatori"




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Intervista a Chicco Salimbeni (1999)
14 ottobre 2004

Oldies but goldies. Ritrovata anche una preistorica intervista all'attore, regista e amico Chicco Salimbeni.


 



L’INTERVISTA: ENRICO SALIMBENI



 


Un torrido pomeriggio di settembre una figura sorridente e un po’ bizzarra apre la porta di casa all’intervistatore commentando l’implacabile legge di Murphy, nella fattispecie "se devi intervistare qualcuno che abita all’ultimo piano di un palazzo alto, l’ascensore è certamente guasto", oppure, rivoltando la sentenza, "se l’ascensore di un palazzo alto non funziona, stai pur sicuro che la persona da intervistare abita all’ultimo piano". Come diceva una di quelle proprietà matematiche da sapere a memoria, cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia.


Dopo pochi minuti di conversazione, l’intervista a un attore conosciuto e a un promettente regista sembra più che altro una chiacchierata con un amico. Eccola qui.



 


Qualcuno ti paragona al tarantiniano Steve Buscemi, forse anche per l’aspetto buffo e quasi surreale o per la mimica facciale, ma soprattutto per la tua attività di attore e cineasta indipendente e al tempo stesso raffinato. Anche tu, in Italia, sei un personaggio di culto in ambienti underground.


Tanto per cominciare, Steve Buscemi ha i denti finti (e io no). Da un punto di vista estetico non so chi ne esca peggio, ma almeno io sono ancora come natura crea, lui è ben più consumato. Buscemi mi piace perché come attore è fenomenale nell’interpretare personaggi violenti o allucinati, pur sembrando esteriormente del tutto tranquillo e imperturbabile, da vero folle. Però, ad essere onesti, più che a Steve Buscemi mi ispiro a Steve Aletto, un promettente attore italo-americano!



Onestamente: sei underground per scelta o perché non sei (ancora) riuscito a diventare mainstream?


Sono underground, sono talmente underground che i produttori neanche mi vedono! Comunque underground non è il termine adatto, perché in genere si associa a questa definizione un’immagine indipendente e fin troppo "alternativa", un’immagine notturna o anche in qualche modo "maledetta". Io di dannato ho ben poco, e di notte dormo (ronfando pure!). Direi piuttosto che mi sento una spugna, nel senso che mi piace attingere dalla vita quotidiana, mi ispiro alle cose vive, al mondo che cambia. Come una spugna assorbo, mi riempio, e quando sono completamente imbevuto di ispirazione, allora mi strizzo e viene fuori qualcosa, un film o una sceneggiatura. Una volta strizzato, è naturale, mi aspetta un periodo di vuoto. Ma poi ricomincio ad attingere, e sicuramente le idee e le suggestioni di cui mi impregno sono diverse da quelle assorbite in precedenza.



Dai l’impressione di vivere la tua vita "da attore": non mi riferisco al divismo, ma semmai a una maniera giocosa, una sorta di brillante improvvisazione con cui affronti i discorsi e, forse, anche i rapporti umani.


Se riesco ad essere me stesso, ci si diverte, non c’è dubbio. Se avverto la sensazione di trovarmi in un ambiente costruito, dove l’elemento non è il mio, allora sono più abbottonato, più contenuto. Non mi sento a mio agio in ambienti diplomatici, esteriori, gerarchici. E non è un caso che nel mondo del cinema (che è il mio mondo professionale) sono pochi quelli che conoscono il vero Chicco Salimbeni.


Succede spesso che ragazzi o ragazze mi fermino per strada, riconoscendomi. E mi diverto a vedere la loro reazione: da principio si aspettano chissà quale atteggiamento da divo, poi se per caso ci mettiamo a chiacchierare, bastano pochi minuti e si accorgono dell’errore. Detto fra noi, credo che nessuno mi darà mai del lei…



 


Che tipo di attore è Chicco Salimbeni?


Non sono un attore di scuola, ma di istinto. E per questo non attingo dal passato. Non sono particolarmente attratto dalle storie del cinema e del teatro, dalle biografie di attori famosi ecc.


Più passa il tempo e meno mi ritengo attore. Mi sento piuttosto un trasduttore, uno che trasmette le cose che prova (anche se paradossalmente sono poi incapace di raccontare le barzellette, o più in generale di fare cabaret). Però in fondo torniamo al nocciolo della questione: tutto ciò che è ripetizione non mi appartiene…



Quando hai capito che la tua vita sarebbe stata davanti a una telecamera?


A un certo punto mi sono fermato a pensare che qualcosa non andava, o comunque poteva andare meglio. Forse era il mio individualismo che bussava alla porta. Allora ho cominciato a scrivere, ma ben presto ho sentito che non mi bastava. E un giorno, da solo, sono andato in un boschetto non lontano da casa, mi sono puntato la telecamera contro e ho cominciato a parlare: da lì ha avuto inizio una sorta di auto-conoscenza, che mi ha aiutato tantissimo. Ho imparato a vedermi, a comprendere quello che realmente volevo, ad accettare la mia voce… (è stato più duro che accettare la mia immagine, il che è tutto dire!). E poi queste "sedute" hanno avuto un altro grande effetto: alla prima occasione professionale in cui mi sono trovato una telecamera puntata contro, non ho avuto il minimo imbarazzo.



Quando hai capito che la tua vita sarebbe stata dietro a una telecamera?


Beh, recitare mi piaceva, ma ben presto ho compreso che stare davanti a una telecamera non mi bastava più. Continuavo a scrivere, cose anche personali di cui sono sempre stato molto geloso. E così, una notte, folgorato da una ispirazione ho scritto la mia prima sceneggiatura (La travagliata storia di un uomo tranquillo come un palombo), che si sarebbe trasformata in un mediometraggio da un’ora. Con gli scarsi mezzi su cui potevo contare all’epoca ho messo in piedi una troupe, e in breve tempo ha visto la luce la mia prima esperienza di regia.



E che è successo, dopo che hai "strizzato la spugna"?


Portato a termine il Palombo, è seguito un’inevitabile periodo di esaurimento. Tra l’altro, essendo autarchico, la troupe era praticamente una one-man-gang: oltre ad essere regista e interprete, mi sono occupato della produzione (la gloriosa Uccel Salimba Cinematografica), del casting e perfino dei cestini per il pranzo!



Che cosa ha fatto Chicco Salimbeni aspettando che la spugna fosse nuovamente ricettiva?


Ho continuato a fare l’attore e a scrivere, finché non è arrivato Dobra Sgnobra, il primo vero cortometraggio da me diretto. Attraverso una satira sulla pubblicità voglio dire che i messaggi veri, quelli importanti, non seguono le mode e non hanno una scadenza.



Che rapporto hai con la pubblicità?


Mi sento portato come regista di pubblicità. Penso che il mio linguaggio sia piuttosto originale, e credo possa funzionare bene. Il problema, però, è il solito circolo vizioso: riesce a girare pubblicità solo chi le ha già girate, e ha quindi un book di presentazione ricco e invogliante per le aziende.



Che cosa hai in programma adesso, come regista?


Ho scritto altri corti che voglio realizzare, e ho in mente un lungometraggio ancora tutto da definire. Magari suona buffo dire "io farò… io voglio…", sembra ingenuo e infantile come il bambino che dice "da grande farò il calciatore". Ma io ho sempre fatto così (come credi che sia diventato attore?). E’ il mio motore, la mia spinta energetica. D’altronde il cinema non riesco a considerarlo un lavoro. Io devo, voglio riuscire a comunicare attraverso immagini, parole, suoni, e commistioni fra questi elementi. Così come uno può essere predisposto alle arti, allo sport, alla matematica, io mi sento naturalmente dotato per la comunicazione.



Come vivi nel dorato mondo dello spettacolo, "tutto lustrini, paillettes e lusinghe"?


In maniera probabilmente anomala, ma con estrema naturalezza. Come attore ho sempre avuto incoraggiamenti e buone critiche (al primo film da protagonista, Abissinia, i giornali francesi parlarono di E. Salimbeni come una rivelazione del festival di Cannes), ma forse, se non sono mai esploso da un punto di vista commerciale, dipende anche dal mio carattere: trascuro il mio book professionale e le pubbliche relazioni…



Chicco Salimbeni potrebbe mai diventare un divo?


I divi li creano la gente e i mass media. L’errore è che gli attori finiscono per credere a quello che l’opinione pubblica vuole che loro siano. Così nasce la paura della gente, la tendenza a chiudersi in castelli fortificati… Personalmente io la gente me la godo! Vado a fare la spesa come tutti, e pretendo la mia privacy come tutti, vivendo ogni cosa con estrema naturalezza. Certo, non sono continuamente assediato dai paparazzi, quindi magari per me è facile parlare, però cerco costantemente di sdrammatizzare il rapporto conflittuale fra attore e pubblico: non mi sento assolutamente parte dello star system.



Dimostri una serenità quasi olimpica. Ma ci sarà pure qualcuno che detesti…


Detesto le persone invadenti e meschine, che ti seguono di nascosto, ti sbucano davanti all’improvviso e ti puntano addosso un microfono e una telecamera facendoti una domanda provocatoria, offensiva o personale: e in qualunque modo tu reagisca, ne esci comunque male. Oppure detesto gli sciacalli che fanno i servizi per le riviste scandalistiche: ti riprendono mentre cerchi le chiavi in tasca, o un fazzoletto, e sparano un titolo a tutta pagina tipo: "Salimbeni ha l’orchite!". E’ ovvio che non è un match regolare, ad armi pari. Ma purtroppo la gente ama gli scoop e gli scandali, che nel torbido trovano il loro terreno fertile.



Fra le persone con cui hai lavorato, c’è qualcuno che ti ha fatto da maestro?


Siamo tutti diversi, e credo che ci sia sempre da imparare e sempre da insegnare. In fondo ogni avventura rappresenta un insegnamento a fare meglio, o un ammonimento a non fare così.



La prerogativa necessaria per essere "un grande"?


Per prima cosa viene la persona, poi tutto il resto: è fondamentale il rapporto umano. E questa regola vale più che mai nel mondo dello spettacolo. Puoi essere anche un grande attore, regista, cantante, ma se come uomo fai schifo, calato il sipario rimane solo la realtà.



Dove ti si può vedere, adesso, su grande schermo?


Oltre a Radiofreccia, ancora in circolazione in qualche sala e in parecchi festival all’estero, segnalo il mio cameo in Asini (di Antonello Grimaldi, con Claudio Bisio). Il film propone diverse apparizioni amichevoli fra cui Antonio Catania, Rocco Tanica, Valerio Mastandrea.


  


 SCHEDA TECNICA



Enrico Salimbeni è nato a Castelnovo ne’ Monti (RE) nel 1965. Nome di spicco del nuovo panorama italiano, divide la sua intensa vita cinematografica fra l’interpretazione e la regia. Lanciato come attore dal serial tv E’ proibito ballare (Al & Al) firmato da Pupi Avati nel 1988, Salimbeni ha conquistato la critica con il suo primo vero film da protagonista (Abissinia, di Francesco Martinotti, 1993). Al fortunato Camerieri (di Leone Pompucci, 1994, presentato a Venezia) sono seguiti due spot tv in compagnia di Paolo Villaggio per la regia di Maurizio Nichetti. Protagonista del corto Estate in città (di Davide Ferrario, 1996), ha trovato il suo più grande successo commerciale da attore con Radiofreccia (di Luciano Ligabue, 1998). Come autore e regista ha al suo attivo diversi spot pubblicitari per emittenti a diffusione regionale, il mediometraggio La travagliata storia di un uomo tranquillo come un palombo (1992) e il corto Dobra Sgnobra (1997), vincitore del festival Cortinametraggi e del CortoImolaFestival sezione Kinder Kino. Vive a Roma.


 


 


Francesco Denti


 


Intervista uscita su Orizzonti n. 11 (Novembre 1999)




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intervista al Trio Medusa (1999)
28 settembre 2004

Una mia vecchissima intervista al Trio Medusa (primavera 1999) è stata inserita sul fans site del Trio.

Andate su

 www.wonderteam.net/medusaclub/

se volete vedere le foto

 

INTERVISTA AL TRIO MEDUSA


Se per voi la domenica pomeriggio è sinonimo di noia, sonno, ozio forzato più che goduto e un incessante zapping alla tv per seguire i risultati delle partite, non vi è mai capitato di accendere la radio sulle frequenze di Radio Capital. Il Trio Medusa (Furio Corsetti, Gabriele Corsi e Giorgio Daviddi) tiene banco dalle 14 alle 18 con "La Medusa Sportiva", uno show esilarante in cui gli ascoltatori vengono aggiornati sulle competizioni sportive più disparate: non solo l’irrinunciabile campionato nazionale di calcio, ma anche il giro del Molise in monopattino o il torneo di salto della pozzanghera della provincia di Bolzano. E c’è dell’altro… Si ride e si scherza, si gioca al demenziale gioco del vocabolario con chi chiama da casa, e ci si scambiano figurine di calciatori in diretta. Inoltre piovono notizie e curiosità, sportive e meno sportive. Finti scoop e interviste con personaggi di spicco, telefonate deliranti nei bar di tutta Italia per chiedere a cassiere possibilmente incompetenti di giocare insieme la schedina. Ed altro ancora…


Siamo andati negli studi romani di Radio Capital dove Giorgio, Gabriele e Furio, reduci dall’ennesima farneticante trasmissione, ci ricevono e ci concedono l’intervista (pregandoci di non fare domande di geografia o di letteratura latina).


Radio Capital e "La Medusa Sportiva" vi hanno offerto la possibilità di farvi conoscere e apprezzare in tutta Italia, nell’insolita veste dei sedicenti "giornalisti sportivi sulla notizia".


GD: Linus, all’epoca direttore artistico, non aveva nessuno che si occupasse di sport. In più era luglio, e d’estate non c’è tanta gente che vuole trasmettere di domenica. Fatto sta che ci ha ingaggiato, dimostrando chiaramente di non aver mai ascoltato una trasmissione del Trio!


FC: Per convincerci, è bastato nominare i soldi. Quando ci hanno comunicato il compenso, ci siamo guardati e abbiamo detto che si poteva fare, dividendo per tre era una cifra tutto sommato abbordabile pur di lavorare in un network così importante. Solo in un secondo momento ci hanno spiegato che quei soldi non li dovevamo pagare: erano per noi…


GC: Comunque lo sport non è la nostra ambizione. Il nostro primo obiettivo rimane un sistema di irrigazione decimale, con le virgole. Lavoriamo molto sui vasi comunicanti, cioè sui cessi. E’ proprio lì che vengono le idee e i video migliori.


Per spiegare a chi non vi conosce come si svolge un programma del Trio Medusa, spesso si ricorre alle somiglianze con la Gialappa’s Band. Che rapporto avete con i ragazzi di "Mai Dire Gol"?


FC: Abbiamo solo un punto in comune: siamo in tre, come loro. Per il resto mi vengono in mente solo differenze, a cominciare dal fatto che loro sono bravi.


Prima di approdare alle frequenze nazionali, voi eravate uno dei fiori all’occhiello di Talk Radio, la radio romana di Michele Plastino. E lì vi occupavate della vostra vera passione: i cartoni animati.


GC: Eh, sì. E’ quello che vogliamo fare da grandi, dopotutto.


GD: Lo sport è bello da fare e da vedere. Ma alla lunga commentarlo ci annoia.


FC: E poi è tutto un magna-magna. Si sa che lo scudetto l’ha già vinto la Juve!


Quindi è con i cartoni animati che avete cominciato a diventare un piccolo fenomeno di culto, almeno nella capitale.


GD: Beh, proprio piccolo piccolo.


GC: Per non dire a mia madre che vado a fare radio, le chiedo dei soldi facendole capire che mi servono per la prostituta giù all’angolo. Non posso farle sapere della radio, mi vergognerei troppo!


Come tutti i supereroi, anche Furio, Gabriele e Giorgio hanno delle origini particolari. I Fantastici Quattro nascono dalle radiazioni cosmiche di un viaggio spaziale: il Trio Medusa come nasce?


FC: siamo mutanti gelatinosi provenienti da un’altra galassia.


GC: liceali timidi e introversi, durante un esperimento di chimica fummo punti da un ragno radioattivo… Ah no, quello era l’Uomo Ragno!


GD: Il Trio Medusa nasce in maniera illegale, nel 1993. Tre amici ventenni si annoiavano da morire in vacanza a Marina Velca. Potevamo scegliere fra il circolo velico di Tarquinia, il minigolf e qualche fanatico giovane tennista che ci voleva sfidare per vantarsi del 6-0, 6-0. Poi ci sentivamo emarginati, perché lì eravamo gli unici senza un avviso di garanzia. Quindi abbiamo montato un’antenna sul tetto della casa di Furio, abbiamo costruito un trasmettitore, recuperato un microfono del Canta-Tu con tanto di adesivo di Fiorello, l’abbiamo attaccato al mixer e siamo partiti trasmettendo un pezzo di Toni Pagano e uno di Pato. Naturalmente non avevamo una frequenza, quindi abbiamo invaso quella di Radio Maria pensando che alle due di notte non avremmo dato noia a nessuno. E invece oltre a Radio Maria abbiamo fatto arrabbiare anche i contrabbandieri, perché pure loro si servivano di quelle frequenze!


Come tante rockstars che dopo un periodo passato in uno studio a registrare un album sentono la necessità di fare un tour, anche il Trio Medusa ogni tanto ha bisogno di un appuntamento live per incontrare da vicino il suo pubblico.


GC: Sì, il Cartoon Party. Coinvolgiamo il nostro fido Dj Osso (che è anche un giocatore professionista di calcio a 5!) e il doppiatore Fabrizio Mazzotta (voce di Krusty il Clown, Puffo Tontolone, Mizar ecc. nonché ex conduttore radio di "Un etto di fumetto"), e la gente si scatena…


GD: Il primo Cartoon Party retribuito in assoluto lo abbiamo fatto a casa della cugina di Gabriele, nel 1994. Volevamo organizzare una festa in cui si potessero ballare le canzoni che noi avremmo da sempre voluto ballare, ma che nessuno aveva il coraggio di proporre. E così, riscoprendo valori antichi (delle elementari), abbiamo mischiato Goldrake e Raffaella Carrà, Heidi e i Ricchi e Poveri…


FC: Avevamo addirittura contattato Mal, dato che faceva una serata di capodanno in una pizzeria sotto casa mia, al Trullo. Ma ci ha dato il due di picche.


L’identikit del Medusa fan più irriducibile, che non perde mai un Cartoon Party?


GD: Guardaci!


FC: Come noi, ha poca dimestichezza con le donne. E viene al Cartoon Party pensando di rimediare almeno per la serata (perché noi così gli facciamo credere).


GC: D’altronde pure a noi hanno detto che facendo radio si rimorchia…


Facendo la fila davanti all’Alpheus in occasione dell’ultimo Cartoon Party ho assistito alla commovente scena di un gruppo di vostri devoti discepoli che canticchiavano Sasuke e Arale, ma soprattutto si rivolgevano reciproche domande trivia su voi tre, Dj Osso e Fabrizio Mazzotta.


FC: Chissà, forse nella vita reale avranno dei problemi… come noi!


GD: Visto che siamo stati sempre dei perdenti nella vita, ci rifacciamo sui nostri fans. E se loro sbagliano qualche dettaglio delle nostre gesta, gliela facciamo scontare.


GC: Tutto ciò è veramente glamour, no?


I fans vi adorano davvero: sentono la spontaneità della vostra passione. Basta che lanciate un mucchio di caramelle Cimarelle (lo sponsor) dal palco dell’Alpheus per scatenare una baraonda: come un branco di pesci intorno a una mollica di pane!


Comunque abbiamo parlato di un Trio Medusa a scala nazionale (quello radiofonico) e di un Trio Medusa a dimensione ancora "locale" (quello dal vivo). Quando sarà pronto il resto dell’Italia per scatenarsi in un Cartoon Party?


GD: Giacomo Valenti ci vorrebbe portare un po’ in giro. Per adesso sappiamo solo che il 24 luglio saremo alla Festa della Birra a Reggio Emilia (soprattutto perché si beve gratis).


GC: In ogni caso, preferiamo concentrarci prima sul mercato estero, come Sabrina Salerno ai tempi di My Chico o Boys, Boys, Boys. Raggiunto il successo in Finlandia, vedremo…


FC: Se riusciamo ad andare forte in Finlandia saremmo anche disposti a lasciar perdere il sistema di irrigazione decimale!


Diversi personaggi noti sono partiti con la radio e poi sono approdati alla televisione, trovando magari la definitiva consacrazione, o invece bruciandosi malamente. Come vive il Trio Medusa questo rapporto conflittuale fra radio e tv?


FC: In maniera assolutamente non conflittuale, perché per il momento non abbiamo mai fatto tv. Siamo stati ospiti in qualche salotto televisivo, ma non abbiamo mai avuto un programma.


GC: Comunque, attenzione: non è che non ci vogliamo vendere, è solo che non ci vendiamo per poco!


GD: Per soldi, accetteremmo qualunque cosa. Questo sia chiaro.


Concludiamo con una curiosità. Abbiamo detto che sul palco di un Cartoon Party il Trio Medusa, Dj Osso e Fabrizio Mazzotta sanno conquistare il pubblico come le più affermate popstars: che differenza c’è fra voi e, ad esempio, le Spice Girls?


GC: Noi siamo un fenomeno ancora più pop: siamo più colorati, più divertenti, e più stupidi. E poi Beckham gioca benissimo a pallone, ma non è il mio tipo: non credo che lo sposerei!


FC: Sappiamo cantare meglio, ma nessuno di noi ha le tette grosse come Geri.


GD: Per il momento ci sponsorizzano le Cimarelle, ma chissà che fra poco non ci contattino i Chupa Chups, la British Telecom o la Pepsi…


Che cosa consigliamo a chi ancora non vi conosce?


FC: Tenetevi alla larga, finché è possibile.


GC: Ma se proprio volete, sintonizzatevi su Radio Capital la domenica pomeriggio o venite a trovarci in rete all’indirizzo www.capital.it. Verrete aggiornati sul fantastico mondo delle meduse e sul prossimo, imperdibile Cartoon Party.


GD: Se poi siete di sesso femminile, di bell’aspetto, di età compresa fra i 15 e i 35 "trattabili", escl. perditempo (o anzi meglio se avete intenzioni poco serie), potete passare in redazione e vediamo che si riesce a combinare! Ah, dimenticavo: no contemplativi!!!


 

Francesco Denti



Intervista pubblicata su Orizzonti n. 10 (giugno 1999)




permalink | inviato da il 28/9/2004 alle 13:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Euskadi
14 luglio 2004


EUSKADI: IL PAESE BASCO


 Il Paìs Vasco non è propriamente un paese, o perlomeno i confini (labili) che delimitano la regione basca non corrispondono al vero perimetro dell’Euskadi. Bilbao/Bilbo, Vitoria/Gasteiz e San Sebastian/Donostia (col doppio nome, rispettivamente in lingua castigliana e euskera) sono i capoluoghi delle tre province spagnole della Comunità Autonoma, ma il territorio basco, l’Euskal Herria, in realtà si estende alla Navarra e oltrepassa il confine francese (Biarritz, Hasparren, Ustaritz: nomi poco francofoni, che tradiscono la loro anima più autentica).


Quello che ci si immagina dall’esterno, leggendo i giornali, è che gli indipendentisti siano sempre sul piede di guerra, organizzando attentati e violente missioni terroristiche. Appena arrivati sul posto, tra l’altro, si ha l’impressione che le nostre ipotesi trovino una preoccupante conferma: nelle città come nei villaggi, lungo le strade come sotto i ponti, tutti i muri sono decorati da scritte incomprensibili ma dal sapore minaccioso. Da ogni finestra e da ogni balcone pendono stendardi con l’Ikurriña, il vessillo basco (una specie di Union Jack bianca e verde su sfondo rosso), o bandiere con la mappa dei Paesi Baschi e la scritta "EUSKAL PRESOAK EUSKAL HERRIRA (prigionieri baschi in terra basca)". Le università e i bar sembrano focolai di giovani fanatici dell’Eta; conferenze, volantini inneggianti all’indipendenza, misteriose iniziative culturali e manifestazioni sono all’ordine del giorno.


Eppure, trattenendosi in Euskadi per qualche tempo, la vita sembra più tranquilla di quanto non si pensi dall’estero. Gli estremisti ci sono, e purtroppo colpiscono con una certa frequenza, ma la stragrande maggioranza dei baschi è gente moderata.


Tra l’altro, con il passare dei giorni, si fa strada nell’osservatore straniero il sospetto insinuante che le pretese indipendentiste siano anche un fatto di moda e di tendenza. L’autenticità dello spirito basco – non necessariamente sanguinario – è fuori da ogni dubbio; e proprio per questo fa un po’ rabbia vedere sui muri scritte (non molte, in verità) come "freedom for the basque country". Un popolo che rivendica l’uso della lingua euskera non si inchinerebbe mai all’inglese, ma allora chi è l’autore di questi graffiti? Il surfista americano a caccia di onde a Zarautz?


* * *


Fino a poco tempo fa Bilbao era una città industriale senza particolari pretese, che nonostante una pittoresca parte vecchia fatta di viuzze animate, bar e ristoranti economici, doveva la sua fama soprattutto al Banco de Bilbao y Vizcaya. Da qualche anno si è invece trasformata in un punto di riferimento per la nuova Europa: architetti di fama mondiale lasciano le proprie impronte nel capoluogo della Biscaglia, che sempre di più va caratterizzandosi come meta di un turismo culturale moderno. L’avveniristico ponte di Santiago Calatrava sul fiume Nervion e le stazioni high tech della metropolitana firmate da Norman Foster (simbolo di questo trapasso di secolo come quelle parigine di Guimard lo erano del secolo scorso?) già costituirebbero un irresistibile richiamo per gli appassionati di architettura contemporanea, ma l’autentico landmark della città è la sede del Guggenheim Museum realizzata dal profeta del decostruttivismo scultoreo Frank O. Gehry: un edificio che sembra di cartapesta, e che invece rappresenta il corrispettivo europeo del celeberrimo museo newyorchese costruito nel 1946 dal grande Frank Lloyd Wright.


* * *


Vitoria è la sede del Governo e del Parlamento autonomo, ma più che altro è una tranquilla cittadina nel cuore dei monti cantabrici, ricca di parchi e giardini. Uno sviluppo urbanistico realizzato con grande cura per l’ambiente offre ai suoi abitanti un’alta qualità della vita, ma la fama di Vitoria è dovuta soprattutto alla sua tradizionale pasticceria (vasquitos, neskitas, goxua).


* * *


La città gioiello dei Paesi Baschi è però San Sebastian, situata sull’inconfondibile insenatura a forma di conchiglia e sulle due rive del fiume Urumea. A ovest il golfo è delimitato dal monte Igueldo, la cui vetta si può raggiungere con una romantica funicolare. Oltre a un panorama notevole e a una torre in cui è stata allestita una mostra fotografica sulla storia della città, in cima si trova anche un’altra piccola sorpresa: un parco giochi deserto dall’aspetto decadente, le cui attrazioni portano nomi irresistibili (il Rio Misterioso è un piccolo canale profondo venti centimetri, che conduce in una grotta lunga al massimo un paio di metri). Alla base dell’Igueldo si erge il "Pettine dei Venti", un’opera dello scultore basco Eduardo Txillida che esalta la forza del mare e del vento. Il monte Urgull (con i giardini del Castillo della Mota, in cima a cui un Cristo sornione garantisce protezione alla città) separa la playa della Concha ("spiaggia della Conchiglia") dalla Zurriola, che termina a est con il monte Ulia. Trattenendosi qualche giorno a San Sebastian è impensabile non inoltrarsi nel fitto bosco di Ulia e concedersi una spettacolare passeggiata con frequenti miradores (affacci panoramici). Si può poi ridiscendere dall’altro lato, seguendo un fiordo, e arrivare all’industriale porto di Pasai San Pedro: da lì, un barchino blu fa servizio taxi con l’altra sponda, su cui sorge il delizioso borgo di Pasai Donibane.


E’ difficile decifrare San Sebastian: con il sole, l’isolotto di Santa Clara, i pini sul mare e il profumo di mirto e rosmarino, si pensa ai colori caldi dell’estate mediterranea. Ma poi, non appena cambia il tempo e il cielo si fa più grigio, immediatamente anche il mare assume il colore asfaltato delle strade, e la Concha si rivela d’un tratto per quello che è: una fredda e sterminata spiaggia nordica, soggetta alle maree.


I tanti chilometri di lungomare sembrano attirare follemente i donostiarri (gli abitanti di San Sebastian), che, ossessionati dalla corsa e dalla forma fisica, a qualsiasi ora e in qualsiasi stagione sfrecciano in calzoncini sul paseo. Sulle terrazze del Muelle, ai piedi del monte Urgull, turisti e classi di bambini che strepitano in euskera si affacciano per osservare le evoluzioni di Paquito, un delfino che ha fissato la sua dimora a San Sebastian diventandone la mascotte. Paquito è molto coccolato dai donostiarri, e al tramonto concede ai numerosi estimatori una gradita apparizione davanti al Muelle, proprio di fronte all’Aquarium (dove è stato accolto a braccia aperte come testimonial d’eccezione).


Nel weekend, poi, la città muta aspetto: in un’atmosfera simpaticamente fuori moda, un po’ antica e un po’ paesana, il sabato sembra proprio il "dì di festa". Sul lungomare si radunano persone di ogni età, per il proverbiale struscio. Spuntano come funghi dei banchetti che vendono gamberi e piccole conchiglie al cartoccio. Le giostre sul paseo della Concha si affollano di ragazzini vocianti, le persone più anziane sfoggiano il classico vestito della domenica, e molti giovani non vogliono essere da meno. Ma non bisogna dimenticare che appena due o tre metri sotto c’è la spiaggia, che formicola di gente; e non mancano certo i vecchi lumaconi che dalla ringhiera del lungomare osservano furtivi (ma neanche poi troppo) le donne in costume da bagno.


La sera poi tutta Donostia – o Donosti, come la chiamano più intimamente i locali – si concentra nella parte vecchia (e non solo Donosti, dato che il confine francese è a pochi chilometri e ubriacarsi in Spagna costa certo di meno). Nelle stradine costellate di economici bar succede il finimondo: quasi non si riesce a camminare, anche perché la birra si compra nei bar, ma in genere si beve all’aperto. Qualcuno ha palesemente esagerato con l’alcol e urla parole incomprensibili, mentre sciami di persone fanno avanti e indietro per i vicoli chiedendosi dove proseguire la nottata. La spazzatura (si potrebbe arredare una casa con quello che si trova!) ai lati della strada dà il tocco finale al quadretto del sabato basco.


* * *


Ma chi sono dunque questi Baschi? Come vivono? Come possono essere sommariamente descritti?


Tanto per cominciare, come in ogni regione sensibile alle forti tradizioni esiste una notevole (e bonaria) rivalità fra le tre province di Vizcaya, Alava e Guipuzkoa. E così, generalizzando, i vizkaini di Bilbao vengono indicati come chulos (fichetti*), i guipozkoani di San Sebastian come pijos (un termine simile al romano pariolini) e gli alavesi di Vitoria col facilmente traducibile patateros. In questa giostra di sfottò, chulos, pijos e patateros sono però concordi nel considerare i vicini Navarri (che di fronte alla Spagna si sentono assolutamente Baschi) i cugini "primitivi"e un po’ "barbari". E se una ragione c’è, non bisogna d’altro canto dimenticare che tutti i Baschi hanno delle abitudini curiosamente e stupendamente primitive. A cominciare dalla vita di tutti i giorni: si entra in un bar, si ordinano dei pintxos (stuzzichini, equivalenti alle tapas catalane) e uno zurito (bicchierino di birra) e poi i tovaglioli di carta si buttano disinvoltamente per terra. Non per mancanza di rispetto nei confronti del barista, ma per consolidato costume.


E non parliamo poi degli sport o delle feste caratteristiche: le prove di forza sono parte della cultura – legata alle faccende quotidiane dei pescatori e dei contadini – di un popolo sviluppatosi in un ambiente fisico piuttosto duro. Così, oltre alle regate della Concha fra le traineras (pescherecci), ecco gli aizkolariak (tagliatori di tronchi) e gli harrijasoltzaileak (sollevatori di pietre). I primi si sfidano con le loro asce per tagliare tronchi di faggio nel minor tempo possibile, gli altri rappresentano il collegamento fra il moderno sollevamento pesi olimpico e il leggendario passato, ovverosia i menhir del gallico Obelix o il lancio dei macigni del celtico Braveheart. In un delirio di scommesse, sono seguitissime anche le gare di cani da pastore, la sokatira (una specie di tiro alla fune) e gli herri kirolak (un particolare "tetrathlon" di sport rurali composto dal trasporto di pesi, sprint con un sacco di 80 kg. in spalla, falciatura di prati e taglio di tronchi con seghe a mano).


E’ però innegabile che lo sport "nazionale" sia la pelota: se nel mondo è considerato uno dei simboli baschi, bisogna anche dire che i canali televisivi locali ne trasmettono gli incontri per buona parte della giornata. E poi in ogni cittadina o paese si può trovare un fronton, il caratteristico muro a elle contro cui i ragazzini del posto lanciano la loro palla. Come il playground col canestro in America, o come la petanque per le bocce in Francia, il fronton nell’Euskadi è anche un punto di aggregazione a livello di quartiere.


* * *


Da un punto di vista folcloristico, è difficile trovare un popolo con più tradizioni dei Baschi: con fuochi d’artificio, processioni, falò, danze, riviste d’armi e rullanti tamburate sembrano propensi a festeggiare ogni cosa. Ma particolarmente suggestiva è la musica di un popolo approdato relativamente tardi alla tradizione scritta, e la cui cultura si è quindi trasmessa oralmente per secoli, attraverso stornelli e canzoni.


A Hernani – pochi chilometri a sud di Donostia – si svolge la festa della txalaparta, strumento abbastanza primitivo costituito da due cavalletti che sorreggono due o più assi di legno: è piuttosto bizzarro, e richiama alla mente uno sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo in cui i tre comici suonano uno stendipanni. Il paese al gran completo (bambini inclusi, nonostante lo spettacolo abbia inizio verso la mezzanotte: d’altra parte siamo in Spagna, dove la notte comincia tardi per tutti) si riversa in piazza, apparecchiata per l’occasione con tavolate da festa di contrada. Su un piccolo palco il giovane presentatore della serata indossa il tipico copricapo basco (la txapela), e fa quasi uno strano effetto perché in genere lo si vede in testa solo ai vecchi. Senza mai pronunciare una parola in spagnolo, si succedono al microfono dei bertsolari, moderni (per modo di dire) trovatori che improvvisano versi o stornelli in rima inneggiando al tema della txalaparta. E finalmente ecco i suonatori: con due bastoncini (impugnati come pali, non certo come bacchette!) riescono ad ottenere dallo strumento una gamma di suoni degna di uno xilofono. Quando poi il pubblico si è scaldato, al curioso giornalista italiano viene dimostrato che la txalaparta è anche strumento da ensemble, e si procede con piccole, straordinarie formazioni variamente assortite (con tromba e chitarra, tamburo e piffero basco, sax e basso). Sul palco si alternano persone di ogni età, che tutto l’anno provano scrupolosamente in vista dei loro meritatissimi cinque minuti di gloria.


* * *


Un’ultima curiosità: forse è un caso, ma durante il mio soggiorno in Euskadi non ho mai visto un fast food americano. La cosa non mi sorprende, data la famosa autarchia basca: gente che vuole indipendenza dalla Spagna perché dovrebbe accettare la colonizzazione statunitense?


(Però è quasi un peccato, perché se l’euskera è una lingua buffa il castigliano non è da meno. E mangiare un Mc Chicken chiedendo un Mc Pollastre tingerebbe la scena di un surreale e disneyano colore "paperopolese"…)


*: rivendico il diritto romano di non piegarsi alla consuetudine della "g" milanese.


 


Francesco Denti


Articolo pubblicato su Orizzonti n. 17 bis (dicembre 2001)




permalink | inviato da il 14/7/2004 alle 13:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La giungla delle Mentawai
14 luglio 2004


La giungla delle Mentawai


Avendo trovato un’ottima base a Jakarta e non volendo ridurre la fantastica occasione di un viaggio in Indonesia ad un banale – seppure invidiabile –soggiorno ozioso a Bali, con i miei quattro amici avevamo già trovato il modo di affittare una barchetta a vela e di girare per le Pulau Seribu (1000 isole, a nord di Giava), godendoci spettacolari immersioni sotto l’esperta guida di Pa Joko.


Ma l’estate del 1991 sarebbe rimasta nei nostri ricordi come la vacanza di una vita soprattutto grazie all’intervento di un missionario veneto trapiantato da venti anni in Indonesia, nell’arcipelago delle Mentawai a ovest di Sumatra. Padre Pio (niente a che vedere con il pluricelebrato frate di Pietralcina, è semplicemente il nome di un predestinato) negli anni Settanta aveva deciso che se voleva essere prete avrebbe dovuto esserlo fino in fondo in un posto disagiato, impenetrabile, pieno di ostacoli e di insidie. Aveva costruito una missione nell’isola di Siberut, a due passi dal villaggio di Sikabaluan, e pur con profondo rispetto per le tradizioni locali si stava dando da fare per "civilizzare" i mentawaiani della giungla, portando in ogni giro di ricognizione un po’ di medicinali e un po’ d’istruzione, e cogliendo l’occasione per celebrare qualche messa (oggi la gente dell’arcipelago è prevalentemente cattolica, anche se in maniera personale e con tante credenze del loro mondo che si affiancano ai dettami della religione cristiana).


Eravamo venuti a sapere che proprio in quei giorni padre Pio si sarebbe avventurato all’interno dell’isola, facendo tappa nei villaggi primitivi di uomini vestiti quasi esclusivamente di tatuaggi e di fiori, per sincerarsi della salute dei vecchi e dei bambini, e per controllare se la rete di maestri volontari da lui istituita avesse cominciato a dare qualche frutto nelle grandi capanne adibite a scuole.


Nonostante qualche fondato timore per un’avventura che fino a poche ore prima ci sarebbe parsa impensabile, eravamo tutti troppo entusiasti per rinunciare a un’occasione che forse mai più ci si sarebbe ripresentata. E l’impresa cominciava la sera del 21 agosto, quando dal porto di Padang (capitale della provincia di Sumatra ovest) ci imbarcavamo non su una nave come avevamo ingenuamente immaginato, ma su una sgangherata chiatta da lago con il fondo piatto, carica di polli, capre e marinai ubriachi. L’idea di arrischiarsi in un tempestoso Oceano Indiano a bordo di quello zatterone da brivido non ci avrebbe lasciato dormire tranquilli in ogni caso, ma anche ammesso che ci fossimo riusciti ci avrebbero pensato i marinai curiosi e i bambini in cerca di spiccioli che si affacciavano continuamente nella nostra "cabina" (cinque materassi luridi poggiati per terra, pieni di insetti che con disinvoltura camminavano sopra di noi).


Un rumore di sirena e una brusca frenata ci avevano svegliato da un sonno tormentato e non troppo riposante, a bordo c’era silenzio assoluto. Mi ero affacciato all’oblò ma non vedevo altro che mare, finalmente calmo. L’orologio al mio polso indicava le 4.30, troppo presto per essere arrivati a Siberut: e in ogni caso non c’era niente all’orizzonte. In quel contesto salgariano ci era sorto anche il dubbio di aver incontrato dei pirati, così numerosi da quelle parti. E invece ci avevano avvertito che quella era la nostra fermata. Bisognava scendere, una scialuppa ci avrebbe portato a riva.


Eravamo tutti un po’ increduli, non sapevamo niente dello stop, e abbandonare il pur malfermo barcone per montare su una zatterina alla mercé di due sconosciuti che non parlavano una parola di inglese non ci pareva la cosa più rassicurante del mondo. Ma non avevamo tanta scelta. E poi chissà, magari non c’erano altre soluzioni per superare la barriera corallina…


Infatti verso le 6.00 sbarcavamo nel porto di Siberut, dove un buffo tipo in sella ad un trattore, con una bandierina in mano e una miriade di ragazzini inghirlandati intorno, ci dava il benvenuto sull’isola: era padre Pio.


Seguivano due giorni di ambientamento passati a giocare a pallone con i ragazzi della missione e a guardare film di Terence Hill e Bud Spencer presi dalla cineteca di padre Pio; ma soprattutto trascorsi sulla canoa a motore del missionario, destinazione Eden, Venere, Paradiso e Misteriosa (le quattro isolette a largo di Sikabaluan, il cui nome – probabilmente opera di Pio – diceva tutto sulla bellezza degli atolli, sulla vegetazione lussureggiante, sulla sabbia finissima e sui meravigliosi pesci che nuotano a pochi centimetri dall’uomo).


Quando la mattina del 24 era cominciata la nostra avventurosa spedizione al fianco di padre Pio e di alcuni portatori, avevamo più o meno capito che tipo fosse il missionario veneto. Sui cinquant’anni, sempre dinamico, pronto a qualsiasi evenienza, capace di ispirare grande sicurezza. Niente a che vedere con la figura del prete tradizionale, per carità: ogni tanto gli scappava qualche parolaccia, e con un gesto alla Don Camillo volgeva gli occhi al cielo "per chiedere scusa al principale", aggiungendo che "Lui è intelligente, non si scandalizza per queste sciocchezze".


I bambini del villaggio adoravano il missionario, e i musulmani dei paesi vicini – a sentire dai racconti – lo rispettavano e lo temevano (qualcuno lo considerava un potentissimo stregone bianco). Chi lo odiava era invece il governo di Suharto e la polizia, dal momento che Pio di fatto rappresentava i diritti delle popolazioni primitive dell’arcipelago Mentawai: per questo sul suo capo pendevano anche alcune pesanti condanne.


Ma veniamo alla partenza del nostro atipico trekking nella giungla: verso le sette della mattina noi cinque eravamo montati insieme a Pio e ai bagagli su una barchetta a motore, risalendo un fiume giallognolo che da Sikabaluan ci avrebbe dovuto portare all’interno, fino al villaggio di Bojakan. La notte prima però non aveva piovuto abbastanza e il fiume aveva poca acqua, così noi ragazzi dovevamo scendere dalla barca ogni quattro o cinque minuti e spingerla avanti, bagnandoci tutti di quell’acqua putrida e facendoci male coi tronchi galleggianti o con le altre porcherie nascoste in quella melma. A un certo punto avevamo cominciato a sentirci addosso delle sanguisughe, ma trovavamo a stento il tempo per liberarcene, perché padre Pio comandava energicamente i nostri salti in acqua, brontolando se lo spingitore a destra e quello a sinistra non si buttavano con perfetta sincronia e sbilanciavano la barca. D’altra parte non si poteva fare gli schizzinosi per qualche sanguisuga, dovevamo assolutamente raggiungere il villaggio prima del tramonto, pena il rischio di perdersi e di incontrare bestie ben più pericolose.


Comunque prima che il sole calasse eravamo giunti a Bojakan, il primo posto dove avremmo conosciuto i mentawaiani dell’interno, gente che non conta i giorni e gli anni ma le stagioni della vita, la nascita, il matrimonio e la morte. Sebbene siano un popolo isolato dal veloce progresso del mondo esterno, non sono assolutamente dei barbari; non sanno cosa siano la schiavitù o il cannibalismo, e sono anzi sorprendentemente ospitali.


Il capo di Bojakan ci aveva ospitato nella sua capanna offrendoci del sago e alcune pallette di cocco, impastato con altri misteriosi prodotti del luogo. Il secondo "aperitivo" (banane cotte e un eccellente tubero locale) l’avevamo consumato facendo visita al maestro, un ragazzo "di città" che a differenza dei mentawaiani portava un paio di pantaloni e una maglietta. E quindi ecco finalmente la cena vera e propria, a base di Supermeal, sorta di tagliolini in scatola su cui si versa un po’ d’acqua bollente: questo sarebbe stato il nostro pasto a colazione e a cena (il pranzo lo avremmo sempre saltato) per l’intera durata della spedizione.


La sera avevamo avuto il privilegio di assistere alla messa celebrata in lingua mentawaiana da padre Pio nella chiesa-scuola da lui costruita, e poi eravamo stati invitati all’estremità opposta del villaggio, dove i quattro stregoni del luogo danzavano a ritmi indiavolati di tamburi antichi. Quindi avevamo montato le zanzariere-tenda nella chiesa e ci eravamo rannicchiati nei nostri sacchi a pelo, tenendo alla larga – almeno per la notte – quegli aeroplani carichi di malaria.


La seconda tappa era cominciata insieme ai portatori, che a colpi di machete si aprivano la strada nella fitta vegetazione equatoriale. La marcia forzata doveva durare dieci ore senza alcuna sosta, alternando tratti in cui si camminava nel fiume (con l’acqua fino alla vita e le scarpe pesantissime) e tratti nella foresta, piena di passaggi difficili in cui bisognava destreggiarsi su tronchi usati a mo’ di ponte e ripidissime discese: per non scivolare ci si doveva aggrappare alle liane producendosi in una goffa imitazione di Tarzan.


All’improvviso c’eravamo trovati davanti a una capanna, dove ci aspettavano i nuovi portatori: più selvatici degli altri, indossavano solo un perizoma e correvano scalzi sui sassi e sulle spine, carichi di bagagli come muli, senza neanche accorgersene.


Ben presto si era messo anche a piovere, e non si trattava certo di pioggerellina inglese ma di un violento scroscio equatoriale: ad ogni passo il piede sprofondava nel fango putrido fino alla caviglia, e proseguire diventava sempre più arduo. Consumato dalla fame uno dei miei amici si era fermato per cogliere una banana, e io avevo avuto la malaugurata idea di aspettarlo: a parte il fatto che la banana doveva rivelarsi maledettamente acerba e appiccicosa, avevamo realizzato di essere rimasti indietro, fermi come due idioti nella minacciosa giungla a meno di un’ora dal tramonto. I portatori non ti aspettano neanche se stai crepando, e padre Pio non si poneva neanche il problema che qualcuno potesse non reggere il ritmo (d’altronde ci aveva avvertito che non sarebbe stata una gita, e che ci saremmo uniti a lui a nostro rischio e pericolo). Fortunatamente mi ricordavo che il villaggio di Lubaga – meta della seconda tappa – si trovava lungo il fiume, così avevamo seguito il suo corso fino a quella che vedevamo come la Terra Promessa e che in realtà erano quattro capanne con decine di ragazzini che venivano a sbirciare e a toccare il "misterioso uomo bianco", e poi a chiedere sigarette, caramelle, penne o monetine.


La tappa seguente doveva essere ben più morbida, e meno male perché un principio di scoramento si stava impadronendo di alcuni di noi: la tensione e la pressione a cui eravamo continuamente sottoposti, l’insistenza dei mentawaiani che già cominciavamo a trovare appiccicosa, il dubbio ogni volta se tirare fuori la macchina fotografica e scattare (a costo di perdere metri preziosi dal resto del gruppo) ci stavano logorando. Eravamo consapevoli dell’esperienza unica e irripetibile che stavamo vivendo, ma chissà, forse ci eravamo immaginati il tutto un po’ più agevole.


La nostra determinazione e lo spirito d’avventura sarebbero però tornati presto, quando freschi come rose c’eravamo imbarcati la mattina successiva su piccole abak (canoe) scavate nei tronchi. Eravamo disposti in due per canoa (come passeggeri, avevamo il solo compito di svuotare il tronco dall’acqua che imbarcavamo ad ogni pagaiata), più due mentawaiani che remavano, in piedi come gondolieri veneziani. La tappa sembrava certo più riposante delle precedenti, ma il Montezuma indonesiano – aiutato dalla quantità di cocco che mangiavamo e bevevamo ad ogni pasto – si stava divertendo a nostre spese, e la pancia costantemente a mollo rendeva difficile non pensare al bagno confortevole di casa, come del resto il rematore in piedi davanti a noi che, incurante degli ospiti di riguardo da traghettare, spostava appena il perizoma e ogni due minuti lasciava partire delle raffiche terrificanti.


Scesi dalle canoe, dopo qualche ora di marcia eravamo arrivati a Litak, un villaggio un po’ più civile rispetto a Lubaga ma dove avremmo comunque fatto la nostra brava figura di coloniali bianchi, regalando collanine e caramelle ai bambini (e non solo) del posto. Il nostro alloggio si trovava a un metro e mezzo da terra, e sotto di noi erano rinchiusi una ventina di maiali: l’odore e il rumore non erano forse l’ideale per addormentarsi beati, ma eravamo troppo stanchi per non riuscirci.


L’avventura nella giungla stava per concludersi: alle sei di mattina eravamo partiti da Litak con le canoe, che dopo due ore avevamo lasciato per proseguire a piedi. Verso mezzogiorno eravamo arrivati all’avamposto, dove ci aspettavano le canoe che ci avrebbero portato alla nostra barca (che nel frattempo il motorista della missione aveva fatto risalire il più possibile lungo il fiume giallo, venendoci incontro).


Ma qui i portatori si erano ribellati, erano stanchi e non ce la facevano a remare: quindi per raggiungere la barca della missione in tempo non restava che velocizzare la marcia!


Appena raggiunto il motorista si era messo a piovere con una certa insistenza, ma il diluvio non era comunque sufficiente per far andare tranquillamente la barca: come il primo giorno, sarebbe toccato a noi intrepidi diciottenni buttarsi a mollo e spingere la zattera oltre i tronchi. Avevamo ritrovato le amiche sanguisughe, che ormai non ci facevano alcun effetto: eravamo abituati alle gigantesche zanzare, alla cui vista anche una sanguisuga impallidiva. Ma la sorpresa doveva arrivare di lì a un momento: ero appena risalito sulla barca quando un enorme pitone si era messo ad attraversare il fiume davanti a noi. Un brivido ci era corso lungo la schiena, e ripensare a quante volte ci eravamo tuffati in quell’acqua torbida senza vedere contro che cosa urtassero le nostre gambe ci faceva riflettere, ma ci dava anche un coraggio incosciente che padre Pio contribuiva a infonderci. Agitava il suo machete gridando di non preoccuparci per quel serpente, e noi avremmo dato retta al nostro dissennato capitano.


Dopo qualche altra piccola disavventura (compresa la rottura dell’elica) avevamo fatto il nostro trionfale rientro alla missione, inzuppandoci come pulcini all’impatto con la barriera corallina.


Francesco Denti


da VIAGGIO IN INDONESIA, pubblicato su Orizzonti n. 12 (marzo 2000)




permalink | inviato da il 14/7/2004 alle 9:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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