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Hanno detto di me

“Possedeva tutti e sei gli attributi dell’avventuriero: la memoria per i nomi e per le fisionomie, con la capacità di alterare la propria; il dono delle lingue; un’inventiva inesauribile; segretezza; il talento di attaccare discorso con gli estranei, e quella libertà dai vincoli della coscienza che sorge dal disprezzo per i torpidi ricchi che l’avventuriero fa sua preda.” (T. Wilder, Il ponte di San Luis Rey)

“È così intelligente da essere incapace di fare qualsiasi lavoro pratico…” (L. G. W. Persson, Tra la nostalgia dell’estate e il gelo dell’inverno)

“Risata facile, giovialità, vivacità, allegria e, soprattutto, talento, sensibilità e applicazione.” (J. U. Ribeiro, Lussuria)

“Quanta verità, quanta saggezza c’era nelle sue parole!” (M. Twain, Shakespeare è davvero morto?)

“Accidenti a te, come sei severo. Pretendere che un uomo segua i suoi stessi consigli.” (C. Mc Carthy, Città della pianura)

“I was an ass till I knew you” (R. L. Stevenson, The Body Snatcher)

“Che romanista, cari signori!” (T. Mann, La montagna incantata)

“Era come parlare con Dio: il timore reverenziale non era sufficiente a disperdere l’enorme sollievo che derivava dall’essere presi in considerazione.” (V. Chandra, Terra rossa e pioggia scrosciante)

“Tutto in lui era bellezza ed espressione, tutto in lui era rischiarato dalla genialità e dal lume della vita spirituale.” (S. Lagerlöf, La saga di Gösta Berling)

“Non fece uso del suo potere proprio perché lo aveva.” (R. Tagore, La casa e il mondo)

“Ricordi quasi tutto e questo è male.” (D. Gorret, Venticinque maniere per morire)

“Quel modo truce e onesto, solo apparentemente spietato, di giudicare gli altri.” (A. Piperno, Con le peggiori intenzioni)

“Un vero cuore d’oro, che si toglierebbe il pane di bocca… E in più gentile, e sempre in gamba e sempre allegro, una vera benedizione! (E. Zola, Il dottor Pascal)

“La sua intelligenza curiosissima, è chiaro, gli dava il privilegio di intuire il subconscio degli individui […]. A ciò si aggiunga un coraggio spontaneo e naturale nell’espressione del proprio pensiero, ed ecco spiegate l’ammirazione, l’invidia e l’ostilità che tanti nutrivano nei suoi confronti.” (D. Barenboim, Ricordo di Edward Said)

“Amava quella sua immagine di uomo saggio, mite, indipendente. Si dimostrava sempre utile e disponibile, affascinava spesso le persone e le donne, finché queste, dopo poco, ritenevano di non poter aggiungere altro a quanto lui già possedeva.” (U. Riccarelli, Il migliore amico dell’uomo anzi della donna)

“Guarda che stile. Guarda che termini. Guarda quanti livelli di significato. Guarda che sintassi: varia, raffinata, complessa.” (F. McCourt, Ehi, prof!)

“Ha fatto di tutto. Umorismo, suspense, poesia, romanzi, storia, viaggi: non c’è argomento che non sia in grado di trattare.” (C. Portis, Maestri di Atlantide)

“Ah, che bellezza! Che grandezza, che genio, che poesia!” (W. Gombrowicz, Ferdydurke)

“What was his travelling, his bachelorhood, but a search for his element? He was thirty-four and still seemed to be merely visiting the world.” (J. Updike, I’m Dying, Egypt, Dying)

“See what it is to be a traveler. Right!” (R. L. Stevenson, Treasure Island)

“Era abituato alla solitudine, ma l’assenza di responsabilità immediate gli rovesciava addosso un flusso impetuoso di ricordi” (V. Chandra, Amore e nostalgia a Bombay)

“Ha quella piacevole leggerezza di tratto tipica dell’uomo che vale e sa di valere.” (R. Walser, Jakob von Gunten)

“Aveva delle forti passioni e un’immaginazione infuocata; ma la fermezza l’aveva salvato dai soliti errori della gioventù.” (A. Puškin, La donna di picche)

“Questo è un uomo che sa sopportare. Quest’uomo è degno della mia generosità!” (S. Perricone, La notte)

“Volevo chiedergli, possibile che la tua vita fosse diventata una cosa che ormai serviva soltanto agli altri?” (A. Munro, La vista da Castle Rock)

“Se fossi un critico dovrei dire che si trattava di un continuatore accrescitivo di Joyce, ma meno puerile o senile dell’ultimo Joyce che seguiva alla lontana.” (J. Marías, Tutto male torna)

“Quella che a prima vista sembra una occhiata distratta e scherzosa si rivela – rileggendo – uno sguardo geniale.” (F. Varanini, Leggere per lavorare bene)

“Preferiva arrivare in anticipo piuttosto che correre il rischio di perdere la coincidenza.” (B. Carvalho, Undici)

“La puntualità era la sua malattia: una spinta più forte di ogni tentazione. Neanche un principio morale. Né un precetto di buona educazione. Invece un bisogno animale, senza merito dunque.” (G. P. Nimis, Il tallero di Günzburg)

“Leggeva e scriveva, assomigliava un po’ al dottor Zivago, credo.” (Q. Xiaolong, Quando il rosso è nero)

“Ma nonostante facesse di tutto per non darlo a vedere, io so che quello era un uomo con la U grande. Uno dei pochi. Un pellegrino vero.” (N. Artuso, Il passo perfetto)

“Gli piaceva osservare, dedurre, indovinare, scoprire facce nuove, soppesare figure in ascesa, potenti in declino, patti taciti, tradimenti da salotto, delitti sociali.” (E. Mendoza, La verità sul caso Savolta)

“Pareva vivere unicamente secondo la propria legge e ubbidire solo al proprio codice di comportamento.” (I. Némirovsky, Jezabel)

“Tale senso di autorità emana dalla sua scarna figura che nessuno accenna a reagire.” (F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov)

“La melanconia del carattere, l’intelligenza inasprita, la bontà d’animo, perfino le debolezze e i vizi, compagni inevitabili dell’umanità, tutto era in lui attraente fuor del comune.” (Alexàndr Puškin, Viaggio ad Arzrúm)

“Sempre più scopro la bontà e la saggezza di quest’uomo e sento che ha qualcosa d’importante da dare.” (T. Tarnoff, Il venditore d’ossa di Benares)

“Un eroe della resistenza alla mediocrità del mondo.” (S. Quadruppani, In fondo agli occhi del gatto)

“Tu hai paura di te stesso. Di niente altro. Questo vale anche per me.” (H. Mankell, Scarpe italiane)

“I posteri se lo ricorderanno, e a lui, che gliene viene?” (M. Morazzoni, Un incontro inatteso per il consigliere Goethe)

“Magari è uno di quei tipi tranquilli, troppo saggi per desiderare l’immortalità.” (S. Sant’Anna, All’imbocco del tunnel)

“L’uomo era colto, intelligente, sveglissimo, ma si sentiva che non aveva alcun bisogno di dimostrarlo. Era sereno.” (T. Terzani, Un altro giro di giostra)

“Geniale, geniale, geniale! E profondamente altruista.” (A. Bracci, Il treno)

“Anzi, è l’uomo perfetto, oserei dire.” (R. Charbonnier, La sorella di Mozart)

“À d’aussi augustes sentences, il n’y a rien à ajouter.” (A. Nothomb, Hygiène de l’assassin)

“Mai nessuno ha parlato così di se stesso.” (I. Bachmann, Ondina se ne va)
letteratura
Concorso “100 parole. Io in Feltrinelli”
23 giugno 2005

Concorso “100 parole. Io in Feltrinelli”

Questi sono due raccontini che avevo scritto un paio di mesi fa per il concorso “100 parole. Io in Feltrinelli”.

Non ho vinto, né con l'uno né con l'altro.

I racconti scelti dalle librerie sono sul sito http://www.lafeltrinelli.it/

Racconto n. 1

«Cercavo “XYZ”, di… (artificiosa esitazione) Francesco Denti.»

So bene che c’è. Ne ho portate cinque copie io stesso, ieri, e sarebbe troppo bello pensare che siano state tutte vendute, anche perché seminascoste su un alto scaffale. Da giù non si vede neanche la costola con il titolo. Il commesso cerca invano. Io aspetto che si allontani, poi faccio da solo. Vado a pagare porgendo il libro capovolto, e la mia foto sulla quarta di copertina sorride alla cassiera.

«8 euro.»

«Sono l’autore», mi vanto.

«Lo so» risponde. Ma non c’è ammirazione né curiosità. Vuol dire soltanto “chi altro l’avrebbe comprato?”

Francesco Denti

Racconto n. 2

Fino a qualche tempo fa, per descrivere una libreria Feltrinelli occorrevano due parole (“la” e “Feltrinelli”, appunto): del resto che c’è da aggiungere, quando il nome da solo evoca già tutto un mondo?

Paragonata a una qualsiasi libreria X (“la”, “libreria”, “X”: tre parole) o addirittura a una libreria X all’angolo di corso Taldeitali (ben otto parole senza uno straccio di indicazione sull’atmosfera del posto!) la libreria Feltrinelli aveva già un grande vantaggio.

Ma ora LaFeltrinelli è una parola sola: e in una parola, si descrive da sola. Ecco perché ho potuto sprecare così le altre novantanove.

Francesco Denti




permalink | inviato da il 23/6/2005 alle 16:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
L'americano (racconto)
1 ottobre 2004

L’AMERICANO


Una storia jazz


"No, no. Io vengo dal Ghana, scatto le foto ai turisti, è lui l’americano. Quello lì accanto alla fontana, che sta disegnando con il carboncino. E’ per la storia sul jazz, no?"


Annuii con la testa e mi avvicinai a "l’americano", che già mi aveva individuato da un pezzo e cominciò subito a parlare.


"Vivo a Roma da quasi quarant’anni, ma sono americano. Intensamente americano. Beh, se vogliamo dirla tutta mi sento afroamericano, e profondamente legato alle mie tradizioni, quelle dei miei antenati.


Sul jazz avrei un mucchio di cose da dire: tonnellate di racconti di mio padre, che faceva il lustrascarpe a New Orleans, o meglio ancora le memorie di mio nonno, che sempre a New Orleans suonava il piano in un bordello, nel leggendario distretto di Storyville.


Potrei cominciare da lì; Granpa Tony visse in prima persona la nascita del jazz e in qualche modo ne prese parte attiva, anche se il suo nome non ha mai raggiunto alcun tipo di fama. Oddio, alla sua epoca non era proprio uno sconosciuto: Big Tony Anderson era citato addirittura sul Blue Book, la più importante guida ai postriboli di Storyville. Già, con la qualifica di pianista a ore nella casa di Miss Josephine Candy, regina della dames de joie di quei tempi.


Granpa Tony è morto quando io avevo tre anni, me lo ricordo appena, ma le sue storie incredibili di umanità povera e sorridente mi accompagnano ancora oggi. Oggi che sono un esule ubriacone, oggi che provo a campare alla meno peggio facendo le caricature dei turisti che passano per Piazza Navona.


Ma tu vuoi una storia jazz, no? Il jazz è una musica di rivalsa senza essere musica arrabbiata. Rivalsa sociale, della mia gente insomma. Il jazz ha trasformato l’esistenza dei miei antenati, gli ha dato un po’ d’allegria anche quando tutto era difficile e c’era davvero poco da essere allegri. Il jazz ti distrae, e allo stesso tempo ti ricorda che tutto quello che stai facendo, perfino la merda più umiliante, lo puoi fare col sorriso sulle labbra. Mio padre non sarebbe stato un lustrascarpe se avesse potuto scegliere, e neanche mio nonno avrebbe passato i suoi anni migliori ghettizzato in un fetido bordello fatiscente. Eppure non direbbero mai di aver vissuto una vita d’inferno, e in parte è grazie al jazz. Perché il jazz è come trascorri le tue giornate e le tue notti, come sopravvivi, come ti arrangi in una situazione dura e scomoda, e come lo trasmetti agli altri.


Ma veniamo alla storia. E una storia non può essere jazz se non è stata vissuta in prima persona, per cui non scaverò nel baule di famiglia in cerca di aneddoti di Granpa Tony, o del mio povero Pa’.


Ti racconto di me: non sono un musicista, ma credo che la mia sia una vita sufficientemente jazz. Non ti parlerò di piccoli locali fumosi, di sudore, di swing, di birre ghiacciate, di big band, di sesso, di pollastrelle, di contrabbassi, di malinconia, di cornette, di sigari, di ragtime. Beh, un po’ di ragtime in qualche modo ce lo dovremo infilare in questa storia, perché il ragtime fa parte della mia vita. E’ la musica che strimpellava mio nonno nelle taverne di Storyville, quel ritmo sincopato che mandava in visibilio Josephine e le ragazze del tenderloin, il quartiere delle luci rosse. E’ la musica che fischiettava mio padre mentre lucidava le scarpe di cuoio dei suoi clienti. E’ la musica della mia gente, delle mie tradizioni. E’ la mia musica, che mi accompagna anche qui a Roma, lontano chilometri e chilometri dalla mia terra.


Dunque, io trascorro le mie giornate in questa piazza, seduto su uno sgabello accanto alla Fontana dei Fiumi. Ho una borsa, dei fogli, qualche matita. Ogni tanto riesco a vendere un acquarello paesaggistico, ma le cose vanno senz’altro meglio con le caricature dei turisti: sono capaci di pagare anche uno sproposito per uno scarabocchio. Piazza Navona è il mio ufficio, e non solo il mio; mi diverto a chiamare collega il tipo che disegna le madonne sul marciapiede, la vecchia che legge le carte, l’ambulante con le rose, la ragazzetta che vende accendini, il giovane che hai già conosciuto e che ci sta osservando curioso. Anzi, scusa… Pierre, vieni qui con noi! E’ in gamba il fotografo, il mio preferito fra i colleghi di strada. A parte il mimo."


Mentre Pierre si avvicinava a noi con la sua macchina fotografica a tracolla, "l’americano" mi aveva indicato un faraone tutto d’oro, immobile sul suo sgabello, che mi era misteriosamente sfuggito. Lo fissai per qualche istante, quasi che sperassi, meschino, di notare un battito di ciglia o un respiro più visibile. Niente.


Un vecchio mangianastri ai piedi del faraone diffondeva una musica allegra da pianoforte di saloon. Mi domandai perché, visto che il mimo non poteva scatenarsi in un ballo. Mi voltai verso il mio interlocutore, e gli feci notare che Tutankamen non doveva essere di grande compagnia durante il turno di lavoro.


"Mi piace l’uomo d’oro", ribatté "l’americano", "ah, se mi piace".


Mi resi conto che il suono proveniente dal mangianastri era un ragtime, e compresi che cosa legava il mimo al mio amico caricaturista. Nel frattempo una coppia di giapponesi si era fermata davanti all’uomo dorato, aveva scattato una foto e lasciato degli spiccioli nel piattino ai piedi dello sgabello.


Mi girai ancora verso "l’americano", e gli domandai se volesse raccontarmi la sua benedetta storia jazz, ma lui con lo sguardo indicò ancora il faraone, e mi rispose: "La stai vivendo, amico".


Sbuffai, un po’ spazientito per quel modo di fare, ma "l’americano" finse di non accorgersene. Il caldo di quel pomeriggio di luglio si faceva opprimente, e il povero mimo infagottato in una specie di tenda dorata doveva soffrire le pene dell’inferno. Dei ragazzini passarono davanti al faraone osservandolo attentamente, ma tirarono via senza lasciare un obolo. Intanto quel rag era finito e ne era cominciato un altro, ancora più veloce, un incessante ripetersi di sincopi. Gli off beats della mano destra, inseguiti invano dalle battute accentate della mano sinistra del pianista, facevano pensare a risse da film western, rivoltelle, poker truccati, bottiglie spaccate sui tavoli o sulle teste – calde – degli avventori, sguaiate prostitute dai mutandoni rosa e dai vezzosi nomi francesi, e infine l’immancabile cartello con su scritto non sparate sul pianista.


E invece no, il faraone doveva rimanere impassibile, attento non solo a trattenere l’istintivo oscillare del corpo per assecondare il ritmo, ma perfino a minimizzare i respiri, concentrato in una meditazione quasi yoga per non annegare in un più che comprensibile mare di sudore.


Un gruppetto di ragazzi si fermò lì davanti, sfottendolo o forse compatendolo un po’, poi un bambino si fece dare qualche moneta dalla madre per versarla nel piatto. Una vecchietta quasi si spaventò quando si accorse dell’inquietante maschera egiziana e allungò il passo, una famigliola si sedette sulla panchina là accanto e rimase in muta ammirazione per dieci minuti.


E intanto la cartomante non aveva visto un cliente, né il marocchino aveva venduto una rosa, né la ragazzetta un accendino, né il fotografo scattato una polaroid, né il madonnaro aveva ricevuto un centesimo, né "l’americano" aveva ancora prodotto una caricatura.


Il nastro, invece, continuava a trasudare note di bagordi d’altri tempi, di vizio ingenuo e quasi innocente, di strimpellatori con la scoppola sul capo e una pupa seduta sulle ginocchia, che si alzava la veste di un centimetro alla fine di ogni pezzo. Note di truffatori di terz’ordine, di allibratori che truccavano le corse del martedi, di informatori ubriaconi, di scommettitori incalliti con il sigaro in bocca e un whisky in mano. E il povero mimo, sotto un sole sempre più cocente, stava fermo come un semaforo. Un semaforo rosso.


Alcuni bulletti tentarono di provocarlo, minacciando di farlo cadere dallo sgabello. Istintivamente mi alzai per allontanarli, pensando che le mani del mimo erano intrappolate dietro la schiena e per uno scherzo stupido il faraone avrebbe potuto sbattere la testa, ma "l’americano" mi trattenne, evidentemente abituato agli adolescenti sbruffoni di passaggio o forse confidando nella protezione di Osiride. Uno dei ragazzi rincarò la dose, sfidando platealmente l’uomo d’oro: "Ma se io te lo butto al culo, tu reagisci?".


Non ebbe risposta, e dopo qualche ulteriore gestaccio intimidatorio se ne andarono anche i teppistelli.


Quando l’ultima canzone finì, "l’americano" si alzò, girò il nastro e fece un cenno al faraone. La musica riprese più incalzante che mai, agili dita scivolavano via rapidissime lungo infinite tastiere d’avorio, nuvole di fumo si alzavano nei postriboli di Sedalia, Missouri, mentre le mani degli avventori fremevano impazienti di accarezzare chiappe e gambe di allegre sgualdrinelle.


Invitai di nuovo il mio interlocutore, silenzioso ormai da un bel po’, a raccontare la sua storia jazz: il tempo stringeva, il sole si stava lentamente abbassando nel torrido cielo romano e io in serata avrei dovuto mandare il pezzo all’editore. Ma lui scosse il capo, quasi scocciato dalla mia insistenza che evidentemente considerava ottusa, e mi indicò ancora una volta il mimo. Che nel frattempo aveva ricevuto un paio di banconote nel piatto delle offerte, e sotto la sua maschera doveva aver sorriso.


La mia testa aveva cominciato a ondeggiare al ritmo della nuova canzone trasmessa dallo stereo scalcinato; il Savoy Ballroom di Harlem usciva nitido da quelle note sincopate, con tutta la sua carica di furore sensuale: vedevo giovanotti imbrillantinati e incravattati che solo ballando potevano finalmente sfiorare le ragazze. E vedevo le ragazze, avvolte in semplici vestitini bianchi o a pois, timide e imbarazzate eppure contente di poter liberare tanta energia repressa. E ancora vedevo il pianista, la sua schiena in perenne movimento che pareva volersi liberare dalle larghe bretelle gialle. E poi vedevo il mimo, immobile, statico, imperturbabile, che al massimo poteva aver sospirato di sollievo al calare del sole.


Perché il sole, finalmente, era calato davvero. E la piazza, ora che si stava bene, era quasi vuota.


"L’americano" si alzò, stiracchiandosi, e si avviò in silenzio verso l’uomo dorato. Lo osservò per un po’, ostentando interesse, quindi guardò il piattino delle mance. E con un gesto rapido, dopo aver controllato che non ci fossero troppi curiosi in giro, riversò il contenuto nella sua borsa. Trattenni a stento un meravigliato "Ma…", poi ripensai a quello che mi aveva detto sul jazz come necessità di arrangiarsi, di sopravvivere gaiamente in situazioni anche difficili.


E con la coda dell’occhio vidi "l’americano", già lontano, con la sua borsa a tracolla e il pupazzo del faraone sotto braccio.


Francesco Denti


Racconto pubblicato sull'antologia "Jam Session - storie di jazz", a cura di G. Michelone e F. Tini Brunozzi, edizioni Lampi di Stampa, pp. 302, euro 11,00.




permalink | inviato da il 1/10/2004 alle 13:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Utopia (racconto)
16 luglio 2004

Utopia



"Non giudicatemi adesso, lasciate almeno che finisca il mio racconto."



Il vecchio maestro appariva sereno, disteso, niente affatto preoccupato dal rumoreggiare sempre più ostile della folla che gli si era fatta intorno.



Un sorriso non è sempre facile da interpretare, d’accordo. Ma in quell’ambiente un po’ particolare, in quell’oasi sperimentale di società idealista, sorridere di gioia rischiava addirittura di essere una colpa.



Strano capo d’accusa. Eppure l’indignata assemblea dei genitori si stava accalorando proprio per una leggera smorfia del viso, un movimento del labbro superiore o più verosimilmente un’espressione scintillante di gioia apparsa negli occhi del maestro.



"Io ero fuori, in giardino" riprese a raccontare. "Tutto è accaduto durante l’ora della ricreazione."



"Che incosciente" sbuffò una donna, rivolta al proprio marito. "Se avesse sorvegliato i bambini, adesso non saremmo qui a discutere."



Un coro di approvazioni si levò a quel commento, interrotto solo dalla voce autoritaria del giudice, che intimò il silenzio per consentire il proseguimento del racconto.



"In giardino, insieme a me, c’era la maggior parte dei miei alunni. Lo ricordo bene, le bambine giocavano al mercato: ognuna di loro aveva allestito un banchetto su cui erano esposti datteri rinsecchiti e pietre."



"Ebrei!" si sentì in fondo all’aula "A sei anni, già con l’ossessione del commercio". L’osservazione fu coperta da fischi e urla di rimprovero.



"I ragazzi, invece, si rincorrevano tra i cespugli, strepitando divertiti ogni volta che qualcuno riusciva ad acchiappare un compagno.



Io ero seduto su un masso, e con gli occhi chiusi mi godevo le grida festose e il calore dei raggi del sole sul mio viso.



All’improvviso il piccolo Simon venne correndo verso di me, e senza riuscire bene a spiegarmi che cosa fosse successo mi implorò di seguirlo in classe. Aveva un’aria preoccupatissima, e in un primo momento credetti che avesse combinato qualcosa di molto grave e temesse una punizione esemplare. Poi mi resi conto che era rimasto scioccato da qualcosa, e pensai a un serpente velenoso, o a un grosso ragno.



Intanto gli altri ragazzi avevano smesso di giocare e si stavano interrogando l’un l’altro con apprensione mista a curiosità."



"Taglia corto, vecchio! Andiamo al sodo, su! "



Ancora una volta un fastidioso brusio convinse il giudice a comandare il silenzio, affinché il maestro potesse andare avanti con il resoconto.



"Non feci in tempo ad aprire la porta della classe che venni travolto da Mohammed, e a stento riuscii a tenermi in piedi. A un paio di metri di distanza, Elias mi fissava impaurito, sporco di sangue sotto il naso: chiaramente era stato lui a scaraventare Mohammed a terra.



"Che sta succedendo qui? Siete impazziti?" tuonai, severo. E constatando che nessuno dei due sembrava intenzionato a rispondermi, mi avvicinai a Elias per controllare l’entità della ferita, che fortunatamente mi parve poca cosa.



"Come vi è saltato in mente?" provai a insistere, visibilmente accigliato ma in verità non troppo persuaso che i ragazzi si decidessero a confessare l’accaduto. D’altronde nell’intera scuola non si era mai verificato un fatto così grave.



Un opprimente senso di disagio, intanto, stava crescendo dentro di me. Chiusi la porta dell’aula e parlai con tono grave.



"Avrete capito che non si esce da qui finché non mi raccontate tutto."



Elias fissava incantato una macchia sul pavimento, Mohammed invece sembrava sopportare il mio sguardo e anzi ebbi l’impressione che volesse sfidarmi. Fu lui a rompere il silenzio.



"Gli ho detto che è un ebreo, e che non capisce niente."



Impallidii, mentre con tono provocatorio il mio giovane allievo continuava a stuzzicare il compagno.



Trattenni a fatica un groppo alla gola, mentre la parola FALLIMENTO, scritta col colore rosso scuro del sangue rappreso sotto il naso di Elias, si stampava gocciolante nella mia mente.



"Ma che ne può sapere un povero stupido palestinese? Non è neanche capace di scrivere il suo nome" replicò inaspettatamente Elias, con tono stizzito e lo sguardo sempre rivolto verso il basso.



Pregai con tutto il cuore che la smettessero di insultarsi: come potevano due ragazzini, per giunta sensibili e intelligenti, far crollare le fondamenta di un’utopia? Possibile che l’insofferenza reciproca fra ebrei e palestinesi fosse diventata un’eredità genetica, trasmissibile anche a persone nate in una forma di sperimentale, idealistica cattività?



Mi feci forza, ancora stordito dall’enorme delusione, e con disgusto interruppi quelle bestialità cariche di violenza e di razzismo."



"È a quel punto che devo essere entrato nell’aula" esclamò a sorpresa un signore, attirando l’attenzione della folla. "Mio figlio giocava nel giardino della scuola, ma quando capì che stava succedendo qualcosa di grosso mi venne a chiamare giù all’officina."



Un mormorio di sorpresa e di curiosità incoraggiò l’uomo a continuare.



"Quando aprii la porta, mi trovai davanti a uno spettacolo scandaloso, davvero indegno dati i presupposti di questa oasi di pace."



Seguì un’eco di stupore, curiosità e ansia.



"I due bambini piagnucolavano, e a intervalli regolari scrutavano di sottecchi il volto del maestro."



Fu la volta di qualche sospiro di delusione, come se la folla si fosse aspettata chissà quali osceni particolari.



"Domandai ai ragazzi se il vecchio gli avesse fatto qualcosa" proseguì l’uomo "ma non ottenni risposte. D’altronde non servivano: il maestro aveva uno sguardo sadico, un ghigno che non esiterei a definire orribile.



Non volevo crederci. Due anime innocenti avevano litigato ed erano arrivate a picchiarsi. E il maestro, l’educatore, cui era toccato udire parole di violenza dalle loro bocche, non avrebbe forse dovuto piangere per la piccola ma sciagurata vicenda, consumata proprio qui? No, lui se la rideva. E appariva soddisfatto, felice, realizzato. Come se non avesse mai aspettato altro."



"Hai detto bene, figliolo" replicò il maestro approfittando di una pausa sofferta nell’arringa dell’uomo che lo stava accusando. "Soddisfatto, felice, realizzato. Come se non avessi mai aspettato altro."



Per un istante l’aria si fece satura di sguardi interdetti, poi volò qualche commento a voce alta.



"Ma non avrei mai potuto illuminarmi di gioia per lo spettacolo di due ragazzini che si insultano e che vengono alle mani. Né tanto meno per averli puniti. Estrapolata dal contesto del film, una singola inquadratura può assumere un significato diverso, se non opposto. E quello non era certo un sorriso sadico."



Il maestro lasciò passare qualche secondo, come se si divertisse a lasciar lievitare la curiosità delle persone che avevano dubitato della sua integrità. Poi riprese.



"Vi siete chiesti dov’è che viviamo? Un’oasi come questa è un esperimento, un progetto di realtà alternativa. L’obiettivo è quello di far convivere pacificamente popoli nemici, nel nostro caso ebrei e palestinesi. È da un po’ di tempo, ormai, che esiste quest’isola felice. E quanti episodi violenti e incresciosi si sono verificati? Quante risse? Quante piccole liti? Quante discussioni accese? Quanti insulti?"



Silenzio.



"Nessuno. Niente di niente. Fino all’altro giorno non c’era stato il minimo incidente. Tutto è sempre stato perfettamente in ordine. Armonia cosmica, non trovate? Tutti che la pensano allo stesso identico modo, su qualsiasi cosa. A meno che…"



Una nuova pausa.



"…A meno che il clima qui non fosse un po’ irreale, artificiale, di plastica. Abbiamo tutti vissuto in apnea, tremendamente controllati, per paura di rinnegare i princìpi su cui si fonda la nostra oasi.



Me ne sono reso conto l’altro giorno, quando Elias e Mohammed si sono insultati e poi anche azzuffati per il motivo più futile del mondo.



Da principio mi sono sentito perso, come se il fallimento di tutte le nostre idee avesse tradito la mia anima. Ma poi ho sentito che questo senso di sconfitta si trasformava, diventando una consapevolezza rassicurante, e a quel punto ho sorriso di gioia. Quella discussione spontanea è stata come un certificato di successo per la nostra oasi sperimentale. E penso che a nessuno di voi importi veramente se il calciatore più forte del mondo è la stella del Maccabi, come sosteneva Elias, o un brasiliano che gioca in Europa, come ribatteva Mohammed. Se riusciamo a non aver paura di due bambini che litigano per questioni del genere, allora sì che abbiamo davvero raggiunto la pace."



Seguì un silenzio impressionato e forse anche un po’ imbarazzato, poi il maestro riprese la parola.



"Se non avete altro da aggiungere, io andrei a casa. Sapete, tra poco in televisione danno il Prix d’Amerique e sono ansioso di vedere all’opera Varenne, il più grande trottatore di tutti i tempi."




Francesco Denti





Racconto pubblicato in italiano sulla rivista "L'Esperanto" n.3, anno XXXIV, e in esperanto su "L'Esperanto" n.5, anno XXXIV, oltre che su "Esperanto. La lingua della pace" (Quaderno del centro interculturale della provincia di Mantova n. 16).




permalink | inviato da il 16/7/2004 alle 10:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Diritto privato (racconto)
13 luglio 2004



DIRITTO PRIVATO (una botta di vita gothic pulp)  



 



Un tiepido sole mattutino illuminava l’antico maniero di Crookchester, nella brumosa contea del Northumberland vicino al confine con la Scozia.





Il castello – con tutta la tenuta intorno – era stato recentemente acquistato dal celebre Thomas Hardcastle, stella dell’universo cinematografico. Raggiunta la notorietà grazie a una serie di inquietanti interpretazioni in numerosi film dell’orrore, l’attore aveva deciso di alimentare la propria immagine sinistra andando a vivere nell’isolata roccaforte.





Assurde chiacchiere circolavano sul conto di Hardcastle, già dalla sua prima apparizione in Patto di Sangue. Si mormorava che egli stesso fosse un vampiro; e le sue partners nelle successive pellicole, nonostante l’indiscusso fascino del divo, avevano avuto non pochi dubbi prima di accettare la parte. Sul set de Il dente del giudizio, al momento del bacio con la protagonista, Hardcastle aveva cominciato a tremare, gli occhi gli si erano illuminati di una luce biancastra e accennavano a rimpicciolirsi, mentre la sua alta figura sprigionava un alone di mistero e un senso di paura e disagio si impadroniva dell’attrice e di tutta la troupe. Il regista aveva provato a rassicurare i suoi collaboratori sostenendo un principio di raffreddore allergico, ma nessuno aveva cancellato dalla propria mente l’immagine del vampiro tremante e prossimo a dissolversi alle prime luci dell’alba.









Il castello di Crookchester durante il giorno pullulava di giornalisti, fotografi e semplici curiosi, che passavano le ore attaccati alle inferriate delle finestre per cercare di scoprire qualche particolare sulla misteriosa vita privata dell’attore. Quando il sole tramontava, però, nessuno aveva il coraggio di trattenersi: la vendetta del vampiro avrebbe potuto colpire chiunque si trovasse nei paraggi.





Il fotografo della rivista scandalistica Lo specchio del domani, rannicchiato nella sua posizione strategica dentro il forno, aveva una volta scattato un’immagine memorabile. Hardcastle, scalzo in cucina, aveva rotto un barattolo di marmellata di more; alcune schegge di vetro gli avevano provocato dei tagli a un piede, e un po’ di marmellata era finita proprio lì sopra. La foto, buia e vaga nonostante i numerosi tentativi di ingrandimento e di ricolorazione, recava la didascalia "Attore vampiro offre il sangue del suo piede a un esercito di formiche assassine".









Thomas Hardcastle era una persona schiva, ma tutto sommato gentile. Da principio costruirsi l’immagine misteriosa di uomo delle tenebre lo aveva divertito, ma adesso cominciava a sentirsi schiacciato da quella stessa immagine, che molto più della sua persona aveva conquistato i fans e i media. Prima di dedicarsi al genere horror era stato attore di fotoromanzo con lo pseudonimo di Tommy Beauty: lui odiava quel personaggio, detestava sentirsi così banale (e oltretutto nessuno aveva prestato la benché minima attenzione alle sue vicende). Cosicché, quando un produttore gli aveva offerto la possibilità di rendere il suo bel faccino un po’ più interessante e di aggiungere un tocco di fascino maledetto alla sua immagine, Hardcastle era stato felice.





Aveva cominciato a pensare a quale rapporto avesse in fondo lui con la paura, e più ci rifletteva più si convinceva che nulla lo spaventasse realmente; provava un naturale fastidio per alcuni rumori sgradevoli come la forchetta che riga il piatto, il gessetto sulla lavagna o le unghie del suo vecchio gatto che raspavano sulla lettiera senza più sassi. Ma paura vera e propria no…





E invece un giorno aveva notato un grosso ragno nero e peloso dentro il gabinetto, che tentava di scalare le difficili pareti lucide e che cadeva invariabilmente in acqua. Sul momento non aveva fatto troppo caso alla scena, aveva tirato lo sciacquone e la cosa era finita lì (anche perché i ragni in sé, come qualsiasi altro animale, non gli facevano particolarmente schifo).





Ma da quel giorno ogni volta che doveva sostare sul bianco trono Thomas Hardcastle alzava la tavoletta e scrutava il fondo. Dopo un attento controllo si sedeva, ma niente affatto tranquillo. Ogni tanto doveva alzarsi ancora a metà dell’opera per convincersi che nessun ragno peloso stava risalendo le ripide pendici del cesso.









Un giorno una ragazza di sedici anni, fan irriducibile dell’attore, aveva vinto le sue paure e si era decisa a fare una visita al castello, per incontrare il suo idolo e per farsi firmare un autografo. I paparazzi assiepati davanti al portone avevano provato a scoraggiarla, ma lei aveva tenuto duro e aveva bussato. Nel momento esatto in cui Hardcastle apriva la porta, la ragazza aveva ceduto all’emozione troppo forte ed era svenuta. Non sapendo bene cosa fare, l’attore l’aveva presa in braccio e l’aveva adagiata sul letto, aspettando che la sua ammiratrice riprendesse i sensi; quindi le aveva messo la boccetta con i sali sotto il naso per accelerare le cose.





Inutile dire che tutti gli sciacalli fuori del castello avevano visto "un’adolescente morta sul colpo alla semplice apparizione del vampiro". Il giorno dopo il quotidiano La Luna proponeva la foto di Hardcastle chino sul letto della ragazza mentre le fa annusare la boccetta dei sali, disgraziatamente troppo piccola per essere vista in foto. "Vampiro necrofilo si prepara a mordere vergine appena uccisa prima di abusare del suo cadavere". Davvero un pezzo di bravura per il fotografo de La Luna, nascosto nella cappa del camino in camera da letto dell’attore.





Quando poi la ragazza era uscita, un’ora più tardi, i giornalisti si erano allontanati per non incappare nel "buio sguardo gelido di una morta vivente".









Thomas Hardcastle ne aveva fin sopra i capelli dell’invadenza della stampa. La sua misteriosa immagine attirava morbosamente gli avvoltoi dei giornali scandalistici alla ricerca di pettegolezzi sempre nuovi, e non li spaventava abbastanza da scoraggiarne la presenza almeno dentro casa. Tra l’altro Lo specchio del domani aveva recentemente pubblicato un sondaggio su chi fossero le star più sexy del mondo dello spettacolo, e il presunto vampiro, nonostante la perversità del suo fascino o anzi proprio per quello, aveva sbaragliato la concorrenza. Milioni di ragazze sognavano, pur con un brivido, il viso malinconico e il corpo muscoloso di Hardcastle? Brutte notizie per lui: i paparazzi delle varie testate scandalistiche avrebbero tentato di tutto pur di fotografarlo nudo sotto la doccia. E infatti La Posta aveva pubblicato un servizio del divo in piedi nella vasca da bagno, coperto però dalla tendina: l’ombra della sua possente figura aveva scatenato comunque l’entusiasmo delle fans, ma ora lo si voleva davvero ‘nature’, senza veli di sorta.





Ogni tanto l’attore sentiva il desiderio di essere veramente un vampiro: gliela avrebbe fatta pagare a quelle ciniche iene senza scrupoli. Avrebbe dischiuso il suo mantello facendo uscire un’orda di pipistrelli, avrebbe cominciato a sogghignare e poi un bagliore sinistro avrebbe illuminato i feroci canini, pronti a intaccare il collo dei fotografi.





E invece Thomas Hardcastle si trovava assediato nella sua stessa fortezza, e doveva ispezionare tutti i possibili nascondigli prima di fare qualcosa che avrebbe potuto attirare i paparazzi. Spesso con esito tutt’altro che soddisfacente.





Una catenina con le sue iniziali sovrapposte, che teneva sul comodino accanto al letto, era stata immortalata da un fotoreporter appostato sopra l’armadio della sua stanza: il giorno dopo La Luna parlava di sconosciuti simboli satanici. Un’altra volta era apparsa su La Posta la fotografia dell’attore intento a scartare la carne macinata appena comprata dal macellaio, e il direttore nel suo editoriale tuonava contro "l’orrendo mostro che non aveva esitato a fare a pezzi il cuore del suo cane fedele" (che in realtà non aveva mai posseduto).









Teso per questo opprimente clima di caccia alle streghe l’attore più amato dalle adolescenti provava a rilassarsi almeno sul gabinetto del suo bagno. Aveva cominciato a leggere una rivista a fumetti in attesa di trovare la concentrazione migliore, ma ogni tanto si alzava di scatto per controllare se un grosso ragno nero si avventurasse per caso da quelle parti. Ironizzava da solo sulle sue paure, e dava la colpa allo stress a cui era quotidianamente sottoposto se gli era venuto questo stupido incubo infantile. A un certo punto gli era sembrato di aver sentito un impercettibile rumore, proprio sotto di lui, e aveva avuto la tentazione di fare l’ennesimo controllo. Poi aveva desistito, dicendosi che i ragni non fanno certo rumore. Ma quando una sensazione di sgradevolissimo solletico sulla natica destra aveva fatto di nuovo scattare l’allarme, si era alzato all'istante e con disgusto, tremando all’idea del grosso ragno che camminava sul suo corpo. Ma non era un ragno. La macchina fotografica di un irriducibile paparazzo senza scrupoli infilatosi non si sa come nelle tubature del cesso violando l’ultima barriera di una privacy che non esisteva più da tempo aveva inavvertitamente sfiorato Thomas Hardcastle. E lui, guardando in giù, non era mai stato così contento di avere mal di pancia.









 





Francesco Denti









Racconto pubblicato su Orizzonti n. 6 (giugno 1998)








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racconto palindromo
5 luglio 2004


Racconto palindromo "Racconta la tua giornata in max 1800 caratteri"



Roma. "Papà, che c’è? Svegliati." Sento la voce di mio figlio, ma sono troppo stanco per aprire gli occhi. Dalla cucina un odore di bruciato arriva al mio naso, segno che mia moglie è di nuovo andata a farsi la doccia lasciando il tostapane acceso e pregiudicando la mia colazione. Poi suonano alla porta e sono costretto ad alzarmi, per ricevere un vigile urbano con il verbale di una contravvenzione. Un’ora dopo sono in ufficio, a fare numero e tappezzeria in una riunione eterna e noiosissima. Provo a tirarmi su con un cappuccino, ma il latte in polvere del distributore è terminato. Squilla il telefono, un cliente di Milano esige risposte precise a domande che esulano dalla mia competenza. Il tempo di un pranzetto veloce con un collega ed è subito il turno di un’altra telefonata rognosa, che mi fa freddare il caffè; a seguire, l’ennesima inutile riunione tanto per mostrare ai clienti che tutto il personale è impiegato sulle questioni di vitale importanza. Poi, finalmente, a casa. Neanche il tempo di sfilarmi la giacca che trilla il campanello: è la portiera. "Mi spiace, devo consegnarle questa multa. Sono venuti quelli della municipale stamattina, su non c’era nessuno e l’ho ritirata io, mi scusi." "Si figuri, anzi, grazie." Mi rintano un momento in bagno col giornale, prima che sia pronto a tavola, e quando ne esco l’ormai familiare odore di bruciato infastidisce nuovamente le mie narici. "Il tostapane è rotto, non scatta, se qualcuno mette il pane a scaldare poi non può pretendere di andarsene di là a vedere il tiggì", impreco. Mi abbiocco sul divano subito dopo mangiato, davanti a un vecchio western. Mio figlio prova ad aprirmi gli occhi, "Papà, che c’è?" "Niente. Solo una dannatissima giornata palindroma." Vagliela a spiegare la differenza con una giornata di merda.



Francesco Denti



Racconto pubblicato sul sito del Corriere della Sera (20-02-2002)




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Royal Rumble - rissa reale (racconto)
30 giugno 2004

Royal Rumble – La Rissa Reale di Francesco Denti



Buonasera gentili spettatori, e benvenuti alla diretta più lunga dell’intera storia della televisione. Qui dal Giardino Quadrato, Roma, assisteremo al più cruento gioco ad eliminazione che abbiate mai visto. I sei concorrenti, selezionati fra le migliaia di richieste che ci avete inviato, si sfideranno senza esclusione di colpi all’interno di questo bizzarro ring costituito da un giardinetto con piscina, interamente ricoperto da pannelli di plexiglass. Le tribune sono gremite, la gente è già in delirio per questo o quel candidato alla vittoria finale. Fra tre mesi sapremo chi sarà il campione, chi sarà il superstite di questo spettacolare massacro in diretta. Ma ora, vediamo i nostri concorrenti. Pubblicità.



Hey, sono Micio Man, guarda che fisico scultoreo. Io ti distruggo se provi a metterti sulla mia strada. Sarò io il vincitore, Micio Man non ha rivali. Ma voi, donne, non avete niente da temere. Anzi, mi piace essere coccolato e accarezzato, e adoro le grattatine sul collo. Tifate per meeeee!



Salve, sono Piccola Pam. Osservate la pupa che avete di fronte. Beh, fate come vi pare, tanto mi osserverete a lungo sul calendario senza veli in uscita domani in tutte le edicole d’Italia. Smack.



Eccoci di nuovo insieme, avete visto i primi due concorrenti? Ragazzi, che bambola questa Piccola Pam. Scommetto che domani sarete tutti in edicola a comprare il calendario. Io ho già la mia copia, e vi assicuro che sono soldi ben spesi. E Micio Man? Brrr, quell’uomo mette i brividi. Anche una stretta di mano potrebbe essere letale. Ma andiamo avanti con la pubblicità.



[Il filmato è sottotitolato perché io sono Dark Hogan, sono un bel tenebroso e non amo parlare. Fate caso alla profondità dei miei occhi, se riuscite a vedere qualcosa sotto questi occhiali neri. Io sono un duro, vado in giro in moto e le donne impazziscono per me. Ma io non parlo con loro, perché sono bello e tenebroso].



Sono la Ragazza della Porta Accanto. Sono semplice, come voi che siete a casa. Sono acqua e sapone. Forse all’inizio non sembro eccitante come Piccola Pam, ma poi sono quella di cui vi innamorate.



Ahò, sono il Burino. Ma lasciate perdere quel coglione di Dark Hogan, è uno che si atteggia e basta. E pure quell’altro mezzo frocio di Micio Man. Io me ne fotto, a me basta che mi date un panino con la caciotta e mi fate ruttare liberamente. E lo so che voi sotto sotto siete tutti come me.



Buonasera a tutti, sono Vipera. Dicono che io sia un po’ velenosa, ma avete visto chi devo affrontare? Non giudico tanto Piccola Pam, le sue scelte sono discutibili ma in fondo le rispetto. E’ la Gattamorta della Porta Accanto che mi fa venire la nausea. A proposito: pare che sia andata a letto con il caposervizio casting, la santarellina!



L’atmosfera è sempre più calda qui al Giardino Quadrato. Avete sentito i proclami registrati dei nostri concorrenti. Adesso, è tempo di massacro. Ricordiamo che tutto è lecito, con una netta preferenza per i colpi bassi. Lo scopo è quello di attirare l’attenzione, stuzzicare morbosamente il pubblico e comunicare emozioni facili. I nostri campioni stanno per entrare nell’arena: possono picchiarsi a sangue, sputtanarsi a vicenda, infangare il nome delle loro famiglie, allearsi tutti contro uno…



Io commenterò l’incontro per coloro che non hanno fatto l’abbonamento all’audio del Grande Macello. I fortunati con il canale audio possono alternare la mia cronaca ai discorsi dei protagonisti. Tre, due, uno, il gong segna l’inizio del match.



Piccola Pam ha deciso di STUPIRCI, e si è presentata con un ridottissimo bikini da sfilata di Miss California. Uh, cosa fa? Incredibile, si sta strusciando su Dark Hogan. Lui non la degna di uno sguardo, scruta l’orizzonte. Pensate, amici telespettatori, quanto deve essere duro per lui stare rinchiuso in un ring quando fuori c’è la sua moto che lo aspetta. Nonostante il caldo Dark Hogan indossa un giubbotto di pelle da motociclista, e poi… CHE AFA! Se Piccola Pam si avvicinasse a uno di noi, scommetto che staremmo già tutti sudando, eh?



Intanto la Ragazza della Porta Accanto, vestita molto casual, sfodera tutto il fascino della sua semplicità e racconta a Vipera che i suoi genitori si sono separati quando lei aveva appena otto anni, pensate: otto anni! Che shock, povera bambina. Ma… spazio ai consigli pubblicitari offerti direttamente dai protagonisti del Grande Macello.



Ciao, sono Burino, e mangio il cacio Pecorino. E poi… ho voglia di scoparmi Piccola Pam.



Ma… davvero sorprendente. Burino ha affermato di… insomma, ci siamo capiti. Però sembra che Pam sia interessata a un altro. Che invece pare piuttosto… no, attenzione, se la regia ci offre uno zoom sulla zona inguinale di Dark Hogan possiamo intuire che il tenebroso sia meno indifferente di quanto voglia apparire. Eh sì, non ci sono dubbi. Ma che succede? Micio Man si è strappato la camicia, e urlando come un ossesso si precipita verso Dark Hogan e lo atterra con una testata sul naso. Scene di panico, ma la gente sugli spalti dimostra di gradire. La signora in seconda fila con il cappellino di Micio agita il braccio, incitando il suo beniamino a dare una lezione a Dark. E adesso tutto il pubblico ripete ossessivamente il nome di Dark Hogan, a dire il vero non si capisce questo scatto di violenza improvvisa. Anche se, ammettiamolo amici, non ci dispiace affatto.



Nel frattempo Burino si abbassa i pantaloni e mostra il didietro alla platea, che comincia a fischiare indispettita. E poi si precipita su Piccola Pam, provando a violentarla. La ragazza si ritrae, protetta da Vipera e Micio Man. Dark Hogan sta osservando sconsolato le sue lenti nere, andate in frantumi dopo l’inaspettato assalto di Micio. Consigli per gli acquisti.



Buonasera a tutti, sono la Ragazza della Porta Accanto. Io che sono acqua e sapone, bevo acqua Qua e mi lavo col sapone Quando. Tutta questa aggressività, comunque, non mi piace per niente.



Belle parole, la nostra amorevole Ragazza è davvero dolcissima. Senz’altro più di Burino, che non si è ancora rimesso i pantaloni e sta inseguendo Vipera. Piccola Pam è infuriata con Micio Man: ricordiamo che questo ha attaccato Dark Hogan senza motivo e ha rotto i suoi occhiali scuri. Micio scoppia a piangere, sperando nel perdono di Pam. Ma lei non lo ascolta nemmeno, e si avvicina alla doccia. Non è possibile! Si è sfilata il top del bikini e si sta massaggiando sensualmente il florido… ehm, torace. Ammicca a Dark, che però è ancora incantato a guardare i frammenti delle sue lenti. Linea alla regia.



Salve, sono Vipera. Quella puttana di Pam si è spogliata di nuovo, non le bastava il calendario. E poi, è tutta rifatta. Quella, la mattina mangia pane e silicone. Io invece bevo latte Muuu, e porto una quarta naturale. Senza bisogno di additivi.



Piccola Pam ha preso Dark Hogan per la giacca, e se l’è portato sotto la doccia. Lui sembra non reagire, ma possiamo capirlo: è ancora scosso per la perdita dei suoi occhiali. E intanto Pam si avvinghia a lui, lo bacia e… ha tirato giù la zip dei suoi pantaloni, e mentre con una mano armeggia sapientemente nelle mutande del suo amico, con la bocca sta scendendo sempre più giù. Ma la Ragazza della Porta Accanto ha deciso che questo è troppo, e da dietro copre gli occhi a Pam, impedendole di vedere la vergognosa scena della quale si stava rendendo protagonista. Però Burino ne approfitta, con un pugno stende Dark Hogan e si mette al suo posto, sperando che Pam, con gli occhi chiusi, non si accorga della sostituzione. Il pubblico è estasiato, il tifo alle stelle. Micio Man e Vipera si sono appartati, con lei che tenta di consolare il gigantesco avversario per il rimprovero di Pam. Pubblicità.



Sono Dark Hogan, e sono un bel tenebroso. Avevo deciso di non parlare perché l’uomo solitario e misterioso pare sia più affascinante, ma adesso che mi avete rotto gli occhiali dovete fare i conti con me. Micio, sei morto! Non ci sarà più una Vipera ad asciugarti le lacrime. Perché te le devi asciugare con i fazzoletti Del Fazzo!



Uh, amici, Dark Hogan è proprio arrabbiato. E io non vorrei trovarmelo di fronte. Con le schegge taglienti delle sue lenti è andato da Micio, e l’ha ferito ripetutamente. Prima sulla schiena, poi sul volto. Fiotti di sangue sul ring, la gente in piedi sugli spalti. Che spettacolo, amici. Un’esperienza incredibile.



La Ragazza della Porta Accanto sta nuotando in piscina con il suo grazioso costume olimpionico bianco… ho detto bianco? Sì, è bianco. La nostra ingenua concorrente non sa che un costume bianco bagnato vuol dire trasparenza assoluta. Ma Burino deve averci fatto caso, perché ancora non si è infilato i pantaloni e la sta aspettando a bordo vasca. Colpi di scena a non finire. Adesso Micio, una maschera di sangue, si sta tuffando in piscina. E la Ragazza della Porta Accanto esce, inorridendo alla vista del sangue. La parola ai protagonisti.



Salve, sono io. Sì, proprio io. Sono tutta bagnata perché ho nuotato finora, e non ho un asciugamano con cui coprirmi. Per favore, non guardate i miei capelli, sono un po’ in disordine e li devo ancora pettinare. Piuttosto, non so, concentrate il vostro sguardo su un semplice e innocente costume olimpionico. Di marca Glass.



Se la nostra amica sapesse quello che ha combinato uscendo dall’acqua… un’apparizione da infarto, signori miei. Lei non se ne sarà resa conto, ma Dark Hogan la sta fissando da un bel po’. Mani in tasca e barba incolta, stivali a punta e occhiatine ammiccanti verso l’INSOSPETTABILE Venere che è uscita dalle acque. Finalmente, invece, Burino si è rivestito, e si è addormentato sulla panchina con una fragorosa scorreggia. La piscina è un lago di sangue, e Micio il classico morto a galla. Regia.



Prima mi chiamavano Bambola, poi Bambola Gonfiabile. Ma Piccola Pam è fatta di carne e sangue, non di plastica. Mi piace l’odore del sangue, il profumo della battaglia. L’uomo è un animale da caccia, e deve saper scegliere le carni Froll.



Ascolti record, mi comunicano in cuffia! Sfilandosi anche il pezzo di sotto del costume, Pam si è buttata in piscina per verificare le condizioni di Micio. Meritata l’inquadratura per lo striscione a bordo ring Sesso & Sangue, ma adesso per favore ritorniamo su Pam, che è riuscita a trascinare Micio verso le scalette della piscina. Improvvisamente lui sembra riacquistare conoscenza, e manifesta tutto il suo entusiasmo nei confronti della sua salvatrice (chi ha l’abbonamento al canale con le telecamere subacquee lo può verificare di persona, eh eh).



Intanto Vipera è andata a svegliare Burino, e gli ha proposto un’alleanza contro la Ragazza della Porta Accanto. Sulle tribune il pubblico fischia, ma Burino racconta alle telecamere di aver conosciuto la ragazza alla scuola media, e che questa allora se la faceva con il professore di matematica, prossimo ai cinquanta anni. L’atmosfera è incandescente, linea alla pubblicità.



Ciao da Micio Man. Da quindici anni faccio sesso con le bambole, ma una così non l’avevo mai trovata. Bambole Pam Dolls: per il supermacho che la donna la vuole gonfiare.



Di nuovo insieme, per vedere la Ragazza in lacrime. Il pubblico le dedica un lungo applauso di comprensione e di sostegno, ma lei sembra inconsolabile. Burino se la ride, e baldanzoso avanza verso Vipera. Che voglia riscuotere qualcosa? Vipera lo respinge sdegnosa, lui si arrabbia e la butta in acqua, quasi addosso a Micio e Pam. Micio Man si tira su il costume ed esce arrabbiatissimo, insegue Burino e con un intervento a forbice lo atterra, poi lo riempie di calci al basso ventre. Burino è al tappeto. Vipera si avvicina a Piccola Pam, e le intima di rivestirsi per una forma di rispetto verso il pubblico. Ma in tutta risposta Pam esce dall’acqua, completamente nuda, e si dirige verso la tribuna. La gente scandisce ripetutamente il suo nome, insospettabili casalinghe di mezza età si strappano i vestiti di dosso per solidarietà con Piccola Pam, gli uomini sugli spalti sono al settimo cielo. Il Giardino Quadrato è un catino bollente. Raffreddiamolo con la pubblicità.



Sono Vipera, e se il pubblico vuole questo, questo avrà. La muta di un serpente è o non è eccitante?



[In sovrimpressione: muta da sub Inferno. Per andare sempre più a fondo.]



Sono senza parole, Vipera si sta lentamente spogliando e… è nuda, anche lei. Se voleva cambiare pelle, credo che il pubblico preferisca QUESTA pelle. Adesso le due donne sono una di fronte all’altra, e chiedono disperatamente il giudizio degli spettatori. Chi di voi è abbonato al canale interattivo può premere il tasto 1 per dare il voto a Pam e il 2 a Vipera, tutti gli altri non possono fare altro che godersi questo spettacolo e augurarsi che duri il più a lungo possibile. Momento fantastico, che però dobbiamo interrompere con la pubblicità.



Sono Burino, e mi piace il Tramezzino. Io faccio il companatico e mi butto in mezzo!



Vipera grida che tra qualche giorno potrete acquistare anche il suo calendario senza veli, mentre Burino si è spogliato anche lui e cerca un disperato rapporto a tre con le due avvenenti rivali. Ma non ha fatto i conti con Micio Man, che non era riuscito a portare a termine la sua missione con Pam proprio per la fastidiosa intrusione di Burino. E Piccola Pam si accorge che il suo preferito è ancora Dark Hogan. Dark viene spogliato da Pam, intanto che Micio prova a consolarsi con Vipera e a difendersi dagli assalti di Burino. Pam torna in acqua trascinandosi dietro Dark Hogan, ormai nudo anche lui. Micio e Vipera si tuffano per schivare Burino, che li segue. E’ uno spettacolo, signori, tanti bei corpi nudi in una pozza di sangue. Un’immagine esaltante, cos’altro si può chiedere alla tv? Ma…



Sono la Ragazza della Porta Accanto. Non mi piacciono le orge, non mi piace l’esibizionismo, non mi piacciono certi atteggiamenti gratuiti. Sono una ragazza dalla faccia pulita, e quindi mi butto anch’io per lavarmi. Però in piscina c’è il sangue. Allora mi faccio una doccia.



Qui all’arena del Giardino Quadrato non crediamo ai nostri occhi. La Ragazza della Porta Accanto si è sfilata TUTTI i vestiti e sta cantando una vecchia canzone romantica sotto la doccia. Sugli spalti c’è chi fa la ola, la gente è davvero impazzita. Lei continua a cantare le sue canzoni semplici e pulite, e se si è spogliata probabilmente non è per esibizionismo come nei casi di Pam e Vipera: andiamo, chi di noi si fa la doccia vestito?



[…]



Siamo arrivati all’ultimo giorno di questa diretta da record, e indubbiamente la nostra attesa è stata ricompensata dai calendari senza veli di TUTTI i concorrenti. Nei novanta giorni di programmazione abbiamo assistito a una serie di intrecci insperati all’inizio: ognuno dei tre uomini è stato con tutte e tre le donne, e negli ultimi giorni Vipera e Piccola Pam hanno avuto anche un rapporto saffico per la gioia di noi guardoni televisivi. Abbiamo goduto nel conoscere segreti imbarazzanti delle famiglie dei nostri protagonisti. Ci sono stati regalati scontri, sangue, scherzi pesanti.



Ma, purtroppo, non possiamo ignorare le regole del gioco. E il gioco vuole un solo vincitore: gli altri devono morire. Ho qui la busta con il nome del Campione del Grande Macello, scelto dagli italiani e dalla nostra giuria. And The Winner is… pubblicità.



Salve, sono la Ragazza della Porta Accanto. Vi ringrazio per avermi votato, anche se so che non avete scelto me come persona: avete scelto la mia freschezza e la mia semplicità. Sono commossa per le lettere d’amore e le richieste di matrimonio che mi avete spedito, ma sono impegnata. Con il presidente della giuria. Almeno fino a domani…



Eccola qui, la nostra campionessa è finalmente fuori del ring trasparente. Ti devo fare i complimenti, e dirti che hai ragione: hai vinto tu, ma soprattutto ha vinto quello che tu rappresenti, l’onestà e i valori semplici che tanto piacciono alla gente comune.



Gentili telespettatori, la campionessa la vedrete ospite in tv almeno per i prossimi tre mesi. Io vi saluto, e vi lascio gustare le immagini degli altri cinque ancora chiusi nella gabbia di vetro. Abbiamo già aperto il gas. Buon proseguimento di serata con i nostri programmi.

 



 Francesco Denti

 


Racconto pubblicato sul sito del progetto "Grande Macello" (2000)




permalink | inviato da il 30/6/2004 alle 13:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
chi s'accontenta gode
22 giugno 2004

CHI S’ACCONTENTA GODE



Come ossessionato dalla ricerca di un luogo migliore, viaggiava senza requie. Arrivava in un posto, si guardava un po’ intorno e ripartiva subito. Non che la destinazione fosse un problema: a dire il vero non gliene importava proprio niente. "A che ora parte il prossimo?" era la sua unica domanda alla biglietteria, o agli altri viaggiatori. Nei rari casi in cui seguiva una risposta, questa in verità era una controdomanda: "Il prossimo per dove?".



Dove? Dove? Un luogo valeva l’altro, lo scopo non era certo raggiungere una meta. Il bello del viaggio era proprio il viaggio in sé, l’aveva sentito dire tante volte e forse l’aveva anche letto da qualche parte. Fissava estasiato la magia del paesaggio che cambia attraverso il finestrino, inquadratura dopo inquadratura, fotogramma dopo fotogramma. E poi la gente, gli altri passeggeri: quale occasione privilegiata per osservare uno spaccato d’umanità così da vicino… era divertente immaginare cosa stesse pensando la vecchia signora seduta di fronte, o i due ragazzi alla sua destra. Provare a calarsi nelle loro vite, immergendosi profondamente in esistenze che non avrebbe mai vissuto.



Con ogni probabilità il mese di maggio fu il periodo più bello degli ultimi anni. Sempre in giro, a scoprire nuovi orizzonti e a riconsiderare i posti già visti e addirittura vissuti, con emozioni che non aveva più provato dai tempi della sua giovinezza.



Poi venne giugno. Dopo quella lunga, entusiasmante vacanza il barbone tornò alla sua vita di sempre, sotto il "suo" portico insieme ai suoi cartoni. Ma senza mai dimenticare quella tessera dell’autobus trovata per terra in un bel giorno di primavera.

 

Francesco Denti


racconto pubblicato sul sito del concorso "Giovani parole"

 




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ottobre