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Hanno detto di me

“Possedeva tutti e sei gli attributi dell’avventuriero: la memoria per i nomi e per le fisionomie, con la capacità di alterare la propria; il dono delle lingue; un’inventiva inesauribile; segretezza; il talento di attaccare discorso con gli estranei, e quella libertà dai vincoli della coscienza che sorge dal disprezzo per i torpidi ricchi che l’avventuriero fa sua preda.” (T. Wilder, Il ponte di San Luis Rey)

“È così intelligente da essere incapace di fare qualsiasi lavoro pratico…” (L. G. W. Persson, Tra la nostalgia dell’estate e il gelo dell’inverno)

“Risata facile, giovialità, vivacità, allegria e, soprattutto, talento, sensibilità e applicazione.” (J. U. Ribeiro, Lussuria)

“Quanta verità, quanta saggezza c’era nelle sue parole!” (M. Twain, Shakespeare è davvero morto?)

“Accidenti a te, come sei severo. Pretendere che un uomo segua i suoi stessi consigli.” (C. Mc Carthy, Città della pianura)

“I was an ass till I knew you” (R. L. Stevenson, The Body Snatcher)

“Che romanista, cari signori!” (T. Mann, La montagna incantata)

“Era come parlare con Dio: il timore reverenziale non era sufficiente a disperdere l’enorme sollievo che derivava dall’essere presi in considerazione.” (V. Chandra, Terra rossa e pioggia scrosciante)

“Tutto in lui era bellezza ed espressione, tutto in lui era rischiarato dalla genialità e dal lume della vita spirituale.” (S. Lagerlöf, La saga di Gösta Berling)

“Non fece uso del suo potere proprio perché lo aveva.” (R. Tagore, La casa e il mondo)

“Ricordi quasi tutto e questo è male.” (D. Gorret, Venticinque maniere per morire)

“Quel modo truce e onesto, solo apparentemente spietato, di giudicare gli altri.” (A. Piperno, Con le peggiori intenzioni)

“Un vero cuore d’oro, che si toglierebbe il pane di bocca… E in più gentile, e sempre in gamba e sempre allegro, una vera benedizione! (E. Zola, Il dottor Pascal)

“La sua intelligenza curiosissima, è chiaro, gli dava il privilegio di intuire il subconscio degli individui […]. A ciò si aggiunga un coraggio spontaneo e naturale nell’espressione del proprio pensiero, ed ecco spiegate l’ammirazione, l’invidia e l’ostilità che tanti nutrivano nei suoi confronti.” (D. Barenboim, Ricordo di Edward Said)

“Amava quella sua immagine di uomo saggio, mite, indipendente. Si dimostrava sempre utile e disponibile, affascinava spesso le persone e le donne, finché queste, dopo poco, ritenevano di non poter aggiungere altro a quanto lui già possedeva.” (U. Riccarelli, Il migliore amico dell’uomo anzi della donna)

“Guarda che stile. Guarda che termini. Guarda quanti livelli di significato. Guarda che sintassi: varia, raffinata, complessa.” (F. McCourt, Ehi, prof!)

“Ha fatto di tutto. Umorismo, suspense, poesia, romanzi, storia, viaggi: non c’è argomento che non sia in grado di trattare.” (C. Portis, Maestri di Atlantide)

“Ah, che bellezza! Che grandezza, che genio, che poesia!” (W. Gombrowicz, Ferdydurke)

“What was his travelling, his bachelorhood, but a search for his element? He was thirty-four and still seemed to be merely visiting the world.” (J. Updike, I’m Dying, Egypt, Dying)

“See what it is to be a traveler. Right!” (R. L. Stevenson, Treasure Island)

“Era abituato alla solitudine, ma l’assenza di responsabilità immediate gli rovesciava addosso un flusso impetuoso di ricordi” (V. Chandra, Amore e nostalgia a Bombay)

“Ha quella piacevole leggerezza di tratto tipica dell’uomo che vale e sa di valere.” (R. Walser, Jakob von Gunten)

“Aveva delle forti passioni e un’immaginazione infuocata; ma la fermezza l’aveva salvato dai soliti errori della gioventù.” (A. Puškin, La donna di picche)

“Questo è un uomo che sa sopportare. Quest’uomo è degno della mia generosità!” (S. Perricone, La notte)

“Volevo chiedergli, possibile che la tua vita fosse diventata una cosa che ormai serviva soltanto agli altri?” (A. Munro, La vista da Castle Rock)

“Se fossi un critico dovrei dire che si trattava di un continuatore accrescitivo di Joyce, ma meno puerile o senile dell’ultimo Joyce che seguiva alla lontana.” (J. Marías, Tutto male torna)

“Quella che a prima vista sembra una occhiata distratta e scherzosa si rivela – rileggendo – uno sguardo geniale.” (F. Varanini, Leggere per lavorare bene)

“Preferiva arrivare in anticipo piuttosto che correre il rischio di perdere la coincidenza.” (B. Carvalho, Undici)

“La puntualità era la sua malattia: una spinta più forte di ogni tentazione. Neanche un principio morale. Né un precetto di buona educazione. Invece un bisogno animale, senza merito dunque.” (G. P. Nimis, Il tallero di Günzburg)

“Leggeva e scriveva, assomigliava un po’ al dottor Zivago, credo.” (Q. Xiaolong, Quando il rosso è nero)

“Ma nonostante facesse di tutto per non darlo a vedere, io so che quello era un uomo con la U grande. Uno dei pochi. Un pellegrino vero.” (N. Artuso, Il passo perfetto)

“Gli piaceva osservare, dedurre, indovinare, scoprire facce nuove, soppesare figure in ascesa, potenti in declino, patti taciti, tradimenti da salotto, delitti sociali.” (E. Mendoza, La verità sul caso Savolta)

“Pareva vivere unicamente secondo la propria legge e ubbidire solo al proprio codice di comportamento.” (I. Némirovsky, Jezabel)

“Tale senso di autorità emana dalla sua scarna figura che nessuno accenna a reagire.” (F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov)

“La melanconia del carattere, l’intelligenza inasprita, la bontà d’animo, perfino le debolezze e i vizi, compagni inevitabili dell’umanità, tutto era in lui attraente fuor del comune.” (Alexàndr Puškin, Viaggio ad Arzrúm)

“Sempre più scopro la bontà e la saggezza di quest’uomo e sento che ha qualcosa d’importante da dare.” (T. Tarnoff, Il venditore d’ossa di Benares)

“Un eroe della resistenza alla mediocrità del mondo.” (S. Quadruppani, In fondo agli occhi del gatto)

“Tu hai paura di te stesso. Di niente altro. Questo vale anche per me.” (H. Mankell, Scarpe italiane)

“I posteri se lo ricorderanno, e a lui, che gliene viene?” (M. Morazzoni, Un incontro inatteso per il consigliere Goethe)

“Magari è uno di quei tipi tranquilli, troppo saggi per desiderare l’immortalità.” (S. Sant’Anna, All’imbocco del tunnel)

“L’uomo era colto, intelligente, sveglissimo, ma si sentiva che non aveva alcun bisogno di dimostrarlo. Era sereno.” (T. Terzani, Un altro giro di giostra)

“Geniale, geniale, geniale! E profondamente altruista.” (A. Bracci, Il treno)

“Anzi, è l’uomo perfetto, oserei dire.” (R. Charbonnier, La sorella di Mozart)

“À d’aussi augustes sentences, il n’y a rien à ajouter.” (A. Nothomb, Hygiène de l’assassin)

“Mai nessuno ha parlato così di se stesso.” (I. Bachmann, Ondina se ne va)
Orizzonti n. 38 – Foglie di figo…
18 febbraio 2011

È uscito il numero 38 della rivista Orizzonti. Questo è il sommario:

http://www.rivistaorizzonti.net/rivista.htm

e questo l’elenco dei punti vendita:

http://www.rivistaorizzonti.net/puntivendita.htm

E ora, con estrema generosità, vi lascio degustare il mio Foglie di figo e compagnia bella, dalla rubrica Ieri_Oggi_Domani. Che avevo scritto mesi fa, quando ancora vivevo al Cairo, e che ho riletto, ri-ridendo, qualche minuto fa. Spero che anche a voi faccia lo stesso effetto.

 

Foglie di figo e compagnia bella

Ci sarà pure un po’ di campanilismo, la solita velleitaria scaramuccia Roma contro Milano (anche se, da romano, con tutto il rispetto per Milano non vedo alcun possibile confronto fra le due città). Ma ciò che mi interessa è proprio lo scontro fra lettere: p contro b, c contro g. Perché mai, insomma, dovrei dire che figata, invece di che ficata? E perché mai il vicino di casa dovrebbe essere un rompiballe invece che un rompipalle (come a tutti gli effetti è)?

Partiamo da lontano, da lontanissimo. Da Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden. E da quando, dopo aver mangiato il frutto proibito, hanno notoriamente cominciato a nascondere le loro vergogne con una foglia di… figo? Beh, permettetemi di essere sarcastico.

D’altra parte, basta aprire un dizionario on line della lingua italiana, come ad esempio il Sabatini-Coletti, per leggere che:

fico [fì-co] s.m. (pl. -chi): 1 Albero con corteccia grigia, fusto di legno chiaro, dalle foglie a forma di cuore e frutti a pera particolarmente gustosi. 2 Frutto di tale pianta.

L’opzione figo non viene neppure contemplata.

E ora ditemi pure che di questa prova non ve ne importa un… figo secco. Rispetterei una reazione simile. Ma non venitemi a dire che la foglia di figo vi suonava bene.

Con un salto storico-culturale pazzesco, dai tempi remoti e mitici del giardino dell’Eden passiamo direttamente al 1982 e a una delle manifestazioni più trash di quell’epoca. La sigla di apertura del festival di Sanremo era cantata da Pippo Franco e si intitolava Che fico. E faceva così:

Fico / (che fico) / sognare / di avere un motoscafo / che corre / sul mare / e in tasca ai pantaloni / un po' di / milioni / da spendere in gelati, patatine, popcorn e noccioline…

Se non vi ricordate questo memorabile pezzo, vale la pena rinfrescarvi la memoria. Questo è il link su youtube:

http://www.youtube.com/watch?v=FD7u7ejdZuo

 

Bene. Sorvoliamo sulla profondità del testo – d’altronde erano i primi anni Ottanta e, soprattutto, era il festival di Sanremo e non la cerimonia di premiazione del Nobel. Sorvoliamo sull’abbigliamento del nostro fico, fichissimo eroe. Sorvoliamo anche sulla modestia delle aspirazioni del povero Pippo (non arriva neanche a dire che fico avere un motoscafo, ma solo che fico sognare di avere un motoscafo. Poveraccio!). E andiamo al sodo: forse qualcuno pensa che il pezzo si sarebbe dovuto chiamare Che figo?

Chissà. Viene da aggiungere che a quel punto la canzone l’avrebbe cantata Pippo Frango, e avrebbe parlato della bellezza di sognare un motosgafo (battutona, eh? Ogni tanto la mia vis comica mi spaventa).

Qualcun altro obietterà che il titolo della canzone è Che fico solo perché Pippo Franco è romano.

Ma chi mi volesse mettere davvero in difficoltà, dovrebbe rispondermi in maniera semplice semplice: “ma che ne sa, Pippo Franco. Quello è uno sfigato”. Ouch. Touché.

Con un minimo di obiettività e di sportività, devo ammettere che il termine sfigato, in versione romana, non potrebbe esistere. Sficato suona proprio male. Suona male come la foglia di figo, se non peggio.

Chiedo ancora conferma a un dizionario, questa volta al Gabrielli on line, e puntualmente trovo che:

Sfigato [sfi-gà-to]: agg. pop., volg. Sfortunato, scalognato.

Se sullo stesso vocabolario provo a digitare sficato, mi appare scritto “parola non trovata”.

A questo punto potrebbe essere interessante chiedersi perché a Roma non esistono sficati, mentre a Milano è pieno di sfigati. Oppure, sempre con quella obiettività e sportività di cui sopra, domandarsi perché a Milano un uomo senza donne (senza figa, quindi sfigato) è un perdente, mentre a Roma evidentemente no.

Si può anche notare come quando un romano vede qualcosa di bello esclama “cazzo, che bello!”, mentre quando è il milanese a entusiasmarsi, dice “figa, che bello”. Per correttezza va però aggiunto che quando un romano vede qualcosa di brutto esclama, ugualmente, “cazzo, che brutto”, mentre il milanese “figa, che brutto”. Dipenderà dal fatto che Roma è chiaramente femmina (la Lupa come simbolo, e un nome proprio che finisce con la a) e Milano non tanto (nome che finisce in o; anzi, per dirla tutta, in ano)? Mah.

Però di sicuro la questione non ha a che fare con i gusti sessuali di romani e milanesi. Anche perché se al posto del romano e del milanese ci mettessimo due donne, la donna milanese esclamerebbe in ogni caso figa, mentre la donna romana esclamerebbe sempre cazzo.

Va aggiunto che una donna sfigata, sia a Roma sia a Milano, non è necessariamente lesbica (sfigata: senza figa con cui accompagnarsi), né tanto meno ha subito una mutilazione agli organi genitali (sfigata: senza figa punto e basta). È solo sfortunata, o poco attraente e in definitiva triste.

Parallelamente ci si può interrogare sull’essere scazzati. Non essendoci la questione della c e della g (sgazzati, se possibile, suona addirittura peggio di sficato e della foglia di figo), si può essere scazzati allo stesso modo a Roma come a Milano. Ed essere scazzato significa, più o meno, scocciato (qualcosa di più che annoiato. C’è, oltre alla noia, una certa evidente irritazione). Se è facile intuire da dove viene il significato di sfigato (uomo senza figa e quindi sfortunato o più in generale perdente, come abbiamo detto), sull’origine dello scazzato è legittimo il dubbio.

Una donna scazzata (o un omosessuale scazzato) infatti era scocciata in quanto senza uomini (cazzi) intorno? Oppure un uomo era scocciato per la propria mancanza di virilità?

Hanno senso tutte e due le teorie. E in ogni caso sono entrambe valide anche per il termine scoglionato (che non ha bisogno di troppe spiegazioni).

Dagli scoglionati agli spallati il passo è breve, e con gli spallati noi ritorniamo alla diatriba tra romano e milanese. I milanesi, però, chiamano le palle balle. Tanto è vero che chi a Roma è un noto rompipalle, a Milano diventa subito un rompiballe. E qui ci troviamo di fronte a un nodo importante, perché tra spallati e sballati una certa differenza c’è (anche se si potrebbe ragionevolmente sostenere che una persona si impasticca perché si annoia, e così il cerchio si chiude).

A complicare ulteriormente le cose, c’è il fatto che gli stessi milanesi che chiamano le palle balle, chiamano anche le balle palle.

Il solito Gabrielli on line tra i significati di balla, al n. 4, indica questo:

4 fig.Frottola, fandonia, sciocchezza: non raccontarmi balle!; questa è una b.!; secondo me sono tutte balle.

Se invece cerchiamo palla, troviamo, al significaton. 6 (pop., ovverosia popolare):

6 pop. Frottola, balla: è un tipo che racconta un sacco di palle.

 

E quindi non ci si capisce più niente. Perché un rompipalle dovrebbe essere un rompiballe, e un contaballe un contapalle? (Oddio, ogni volta che provo a visualizzare un contapalle vedo un cinese con il pallottoliere.)

 

Mentre sono in macchina, in Egitto, immerso nelle mie riflessioni sui problemi che hanno romani e milanesi con le p e le b, a un posto di blocco un poliziotto fa cenno al mio autista di accostare. Poi si rivolge a me, chiamandomi Mistarrrr. Mi volto verso di lui.

Bassbort, blease.”

I problemi con le p e le b che abbiamo a Roma e a Milano diventano all’improvviso infinitesimali, del tutto trascurabili.

 

 

P. S. La questione era già stata superficialmente affrontata da Nanni Moretti in Ecce Bombo, 1978. In una scena del film, a tavola, alla madre che gli chiede “Come sta la Silvia?”, il personaggio e alter ego di Moretti, Michele, risponde con la seguente tirata: “Silvia, non la Silvia. Mamma, fortunatamente siamo a Roma, non a Milano. La Silvia, il Giorgio, il Pannella, il Giovanni… Cacare, non cagare. Fica, non figa…”

Con un po’ di autoironia, approfitterei di Moretti e di EcceBombo anche per rispondere a chi dovesse lamentarsi per l’uso di qualche termine scurrile in questo articolo: “No, non sono parolacce. Questo è il linguaggio di noi giovani.”

Questa è la scena del film, che trovate su youtube:

http://www.youtube.com/watch?v=HJ0Yh5wZjpc&p=6AFD5E027112FD40&playnext=1&index=28

 

Orizzonti n. 37. E una storia (…) del porno.
20 luglio 2010

È uscito il numero 37 della rivista Orizzonti. Per informazioni sul sommario, sui punti vendita, sui concorsi letterari, eccetera eccetera, date un’occhiata qui:

http://www.rivistaorizzonti.net/rivista.htm


 

 

Io vi invito a comprare la rivista per sostenere la piccola editoria indipendente (e nella fattispecie l’editore Giuseppe Aletti). Ma il mio articolo pubblicato su Orizzonti n. 37 nella rubrica Ieri_Oggi_Domani lo potete leggere anche qui sotto.

 

Una storia (molto alternativa e non proprio plausibile) del porno

Che internet sia stata un’invenzione formidabile e geniale, a cui noi oggi non potremmo mai rinunciare, è fuor di dubbio. Ma che la rete sia diventata quello che è grazie alle sue enormi potenzialità erotiche e pornografiche, è altrettanto fuor di dubbio.

Pensate all’idea stessa di motore di ricerca: in fondo è un bibliotecario molto competente e molto discreto, abituato a soddisfare la clientela più esigente. Non ha infatti senso aprire Google o Yahoo per digitare un vago e dispersivo “donne nude”; dobbiamo indicare chi vogliamo vedere nuda, o per lo meno restringere il campo: ci interessano attrici, modelle, cantanti, sportive nude? Siamo in cerca di foto in posa, scene torride tratte da un film, scatti rubati dai paparazzi? Ci incuriosiscono le sconosciute esibizioniste dilettanti? Siamo attratti dalle foto e dai filmati proibiti che ex fidanzati vendicativi mettono in rete? E poi… ci piacciono le giovani asiatiche in uniforme da scolarette? Le imponenti, statuarie africane? Le bionde, fredde valchirie nordeuropee? Le bollenti latine? Forse abbiamo un debole per le donne di una certa età? Per le lolite? L’elenco potrebbe andare avanti all’infinito e oltre, come diceva Buzz Lightyear.

La parola che compare più spesso nelle richieste ai motori di ricerca, in ogni caso, è sex, seguita al secondo posto da lolita. Non malattia quindi, non Dio, non amore, non soldi, non scommessa, non politica, non spettacolo, non barzelletta, non morte, non soluzione, non calcio. Sex. Ma se ancora non siete convinti che internet sia nato (anche) per questa ragione, pensate a chi, ancora pochi anni fa, doveva chiedere a un giornalaio – spesso dall’altra parte della città, per evitare imbarazzi – una rivista per adulti. E rispondete onestamente alla mia domanda: quanto è cambiata la vita di questi uomini con l’avvento della rete?

Do per scontato di aver persuaso anche i più dubbiosi. Che alla diffusione di internet abbia contribuito in maniera decisiva la spinta del porno è ovvio, su. D’altronde, ne parlavo in maniera semiseria con un gruppo di amiche e amici: qual è il motore che da sempre muove tutto, se non il porno?

Riflettiamoci un momento. Abbiamo appena affermato che la nascita di internet va attribuita al porno. E quella della tv a pagamento, invece? Sì certo, anche il calcio ha qualche merito, ma insomma pensate alle dimensioni dell’offerta pay per view di film a luci rosse, e datevi una risposta da soli.

Qualcuno a questo punto sarà sulla difensiva. Immagino la reazione: “già, e adesso magari scopriremo che anche i dvd sono nati grazie al porno?!?”. Mi compiaccio per questa osservazione; vuol dire che quel qualcuno sta aprendo gli occhi. Ebbene sì, anche nel boom dei dvd c’entra qualcosa il porno (pensate alla gioia di chi era abituato a guardare film porno su vhs: che passo avanti, che qualità dell’immagine, eh?). E naturalmente, prima del dvd, anche il vhs era nato grazie, o soprattutto grazie, al porno. Perché altrimenti gli squallidi cinema per adulti avrebbero chiuso i battenti, da quando le videocassette hanno cominciato ad essere fenomeno di massa? E d’altra parte, ancora una volta considerate l’avventore di un lurido, scalcinato cinema porno di periferia o vicino alla stazione. Un tempo andava lì, con baffi finti, bavero alzato, cappello calato sugli occhi, sperando di non incontrare nessuno, e si trovava in una sala buia e appiccicosa che doveva dividere con ragazzini di diciotto anni e un giorno, gruppetti di rumorosi militari e qualche vecchio sporcaccione. Isolarsi mentalmente e lasciarsi trasportare nella realtà parallela del film non doveva essere facile, poveraccio. Non pensate che l’avvento del vhs e del film porno a domicilio sia stata una vera svolta, per lui?

A questo punto vi lascio immaginare che cosa si potrebbe facilmente sostenere sulla nascita della fotografia. Ma non perderei tempo in dettagli e mi spingerei oltre. Parecchio oltre. Dite quello che volete: che è una provocazione, una battuta. Però vedrete che ha un senso. Vado, la butto lì: perché mai sarà nata la pittura?

Siamo stati tutti ragazzini. E tutti abbiamo avuto un amichetto che disegnava bene. Questo amichetto a sette anni disegnava per noi i personaggi dei cartoni animati, ma già a dodici anni provava a ritrarre le più carine delle nostre compagne di classe. Nude, ovviamente. O magari la professoressa di ginnastica, che in genere era la meno decrepita fra le insegnanti, e presumibilmente la più atletica. L’unica (per fortuna!) che si facesse vedere in tuta.

Beh, ora pensate a qualunque grande nome della storia della pittura. Provate a visualizzare i suoi quadri più famosi. Siete sicuri che quella Venere che esce dalle acque non assomigli alla bella duchessa, magari moglie del committente del quadro (che forse non se ne è mai reso conto)? E quella Psiche avvinghiata ad Amore, non sarà mica il ritratto senza veli della ultracastigata principessa cattolica (e questa volta sarà stato proprio il committente, re protestante di un altro Paese, a chiedere al pittore di spogliare e sputtanare l’oggetto del suo desiderio)? E quelle Naiadi? Quella Eva coperta solo dalla foglia di fico? Quella Diana al bagno? Quella Salomè? E quell’anima dannata, che brucia nuda all’inferno? Non sarà la raffigurazione della donna che ha mandato in bianco il maestro?

Con un po’ di malizia visti i recenti scandali, si potrebbe aggiungere che non è difficile immaginare committenti vaticani dietro ad angioletti, cherubini, serafini, eccetera eccetera (naturalmente e rigorosamente nudi). Che magari avevano le sembianze del giovane fraticello, del seminarista, del chierichetto. Ma siccome non vogliamo problemi la chiudiamo qui, specificando che era solo una boutade.

Si potrebbe andare avanti per un pezzo, ma immagino che il giochino sia chiaro. Se avete ancora dei dubbi, chiedetevi perché Giotto disegnava i tondi e non, che so, i quadrati. Chissà che cosa stava riproducendo. Chissà a chi appartenevano quelle belle forme. E chissà perché Cimabue ne è rimasto così colpito.

Poco fa abbiamo detto che internet, attraverso i motori di ricerca, può soddisfare tutti i gusti. Ma in fondo anche la grande pittura offre donne nude, e uomini beninteso, di tutti i tipi. Ci sarà, tra gli amanti dell’arte, chi ha una predilezione per le esotiche polinesiane di Gauguin, chi per le odalische di Ingres, chi per le puttane di Toulouse-Lautrec, chi per le bagnanti di Renoir, chi per le donne col collo lungo di Modigliani e chi per le culone (con qualche rotolo di trippa) di Rubens.  

Ora, bisogna ritornare un momento a internet per mettere a fuoco un dettaglio: la possibilità di iconizzare la pagina in una frazione di secondo. Proviamo a visualizzare una scena: Matteo, impiegato di banca quarantenne, è in ufficio, formalmente intento a fare dei calcoli su un file excel. Si annoia, tra venti minuti interromperebbe comunque i suoi calcoli per la pausa pranzo, e allora decide di andare su internet. Trova un sito di donne nude legate e ammanettate e, avendo azzerato il volume per paura di improvvisi mugolii che attirerebbero inevitabilmente l’attenzione dei colleghi, comincia a guardarsi i vari filmati. All’improvviso il direttore della filiale appare sulla porta e si dirige a passo spedito verso la scrivania di Matteo, che immediatamente iconizza la pagina. Sul suo schermo riappare miracolosamente il foglio excel, cui l’impiegato non prestava attenzione da almeno dodici minuti.

Questa comodità la pittura non la offre. Anche se certo non saranno mancati gli osservatori della Maya desnuda che “stavano ammirando i cuscini”, quelli del Déjeuner sur l’herbe che “si stavano soffermando sulla cesta rovesciata”, quelli dell’Origine du monde che “contavano le pieghe del lenzuolo”, eccetera.

Ma chiudiamo questa fantasiosa e poco verosimile storia del porno facendo un ulteriore passo avanti, o meglio indietro, visto che parliamo di migliaia di anni fa. Tebe, Egitto, Antico Regno: un gruppo di schiavi pittori e scultori sta decorando un tempio con scene di vita quotidiana, di uomini e animali. Così ha ordinato il potente Faraone. Uno di questi artigiani, approfittando dell’assenza del capo-schiavo in quel momento, si diverte a rappresentare un uomo che si ingroppa un cane. Orgoglioso della sua goliardata e del suo piccolo atto di ribellione, lo mostra ai suoi compagni, che ridono di gusto. Ma all’improvviso qualcuno mormora “sta arrivando il sacerdote, sta arrivando il sacerdote!”. Non potendo “iconizzare”, l’artigiano assesta una serie di colpetti veloci con il suo rudimentale scalpello di rame, e quell’uomo che si faceva un cane diventa un uomo con la faccia di cane. Anni dopo, qualcuno diffonderà la leggenda secondo cui gli antichi egizi veneravano Anubi, il dio sciacallo. In altri templi e in altre piramidi, arrivi improvvisi di scribi e sacerdoti avrebbero costretto artigiani buontemponi a creare Sobek, il dio coccodrillo; Horus, il dio falco; Bastet, la dea gatta; Hathor, la dea vacca; Khnum, il dio caprone; eccetera, eccetera, eccetera.

P. S.: Differente mitologia, stesso concetto: come credete sia nata la leggenda del Minotauro? E…beh, siete sicuri che fosse l’uomo che si faceva il toro e non il contrario?


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permalink | inviato da francescodenti il 20/7/2010 alle 10:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
CULTURA
Serenata sui generis alla Fontana di Trevi – Orizzonti n. 35
6 settembre 2009

Con il solito colpevole ritardo vi segnalo l’uscita del numero 35 (anno XIII) della rivista Orizzonti. Fra i vari imperdibili articoli, interviste e commenti, vi invito a leggere la mia rubrica Ieri_Oggi_Domani che ospita un pezzo intitolato Serenata sui generis alla Fontana di Trevi.




Comincia così.

 

 

 

Ieri_Oggi_Domani di Francesco Denti

Serenata sui generis alla Fontana di Trevi

 

Come si usa dire, Georges Perec featured by Francesco Denti. O Francesco Denti featuring Georges Perec.

Questo è un tentativo di esaurire un luogo romano, ma non un luogo qualsiasi.

Ho abitato per quasi trent’anni a pochi passi da Fontana di Trevi, e ogni giorno, e ogni notte, sono passato lì davanti a rendere un ammirato, silenzioso omaggio al monumento barocco, allo scorrere dell’acqua, all’atmosfera magica di quella maestosa scenografia.

Queste righe sono un accurato dossier illustrativo, ma sono anche la mia serenata a Fontana di Trevi.

Fontana di Trevi riesce ad essere allo stesso tempo umile e grandiosa.

Sulla sua maestosità non vale la pena dilungarsi; qualunque guida turistica segnala il fontanone barocco tra i principali gioielli architettonici della Città Eterna, e del resto, se così non fosse, ci sarebbe da indignarsi.

Ma la modestia di Fontana di Trevi, secondo me, è quasi pari alla sua monumentale bellezza. E se qualcuno si chiede come mai io abbia tirato fuori questa teoria, pensi a un… Colosseo, per esempio: orgoglioso, estremamente virile, e non soltanto per il genere di spettacoli a base di gladiatori, leoni e cristiani cui era destinato. Un anfiteatro a sezione ovale di quel genere e di quelle dimensioni esige – non si limita certo a chiederlo – di essere il punto di partenza o il punto di arrivo di un grande viale. E pretende – con modo di fare anche discutibile, ma indubbiamente efficace – di dominare una piazza, uno slargo, un incrocio. Vuole in ogni caso stare al centro del luogo in cui si trova, costituirne l’attrattiva principale se non l’unica, e poco male se per questa ragione è costretto a rubare la scena a un altro monumento, magari più antico e quindi meritevole del dovuto rispetto.

Il Colosseo è straordinario, intendiamoci, con il suo fascino avrebbe fatto tremare tutte e sette le meraviglie del mondo antico. Ma non c’è dubbio che sia egocentrico, nato per non avere rivali, per essere l’unico gallo del pollaio. «Non è un problema mio», sembra dire. «Preoccuparmi della sorte di una qualunque Domus Aurea proprio non mi si addice, non è nella mia natura.»

 

Al contrario, Fontana di Trevi mi dà l’impressione di essere schiva. Come se con timida eleganza facesse capire, pur senza confessarlo apertamente, che prova un certo disagio nel ricevere troppe attenzioni. Questione di pudore: alla maniera di una adolescente appena sbocciata e ancora non tanto sicura di sé, è lusingata ma anche profondamente imbarazzata dalle migliaia di fotografie che i turisti le scattano ogni giorno. Per non parlare delle monetine che le lanciano. Che onta. Sarà per questo che Fontana di Trevi sta addossata al muro di palazzo Poli, timorosa di intralciare il passaggio – proprio come una fanciulla ancora acerba, si sente ingombrante, goffa, inadeguata e sempre in mezzo.

La verità è che non sopporta l’eccessiva pressione, anche perché è difficile, quando si ha a che fare con una moltitudine così impressionante di visitatori, credere che siano tutti esteti folgorati dal miracolo artistico; il dubbio che si tratti di curiosi attirati dal fenomeno da baraccone («Cosa c’è che non va? Sono troppo alta? Sono brutta? Un po’ larga di vasca? L’umidità mi ha rovinato il marmo?») in un’adolescente sorge eccome.

 

Viene da qui, per l’introversa Fontana di Trevi, la segreta aspirazione ad essere considerata uno sfondo. Uno sfondo di grande pregio scenografico, questo sì, composto da:

 

1) una monumentale fontana barocca, arricchita da una fortunata armonia di scogli e statue;

2) un palazzotto coevo a cui si appoggia la fontana;

3) l’acqua (per quanto possa sembrare scontato, trattandosi di una fontana. Ma è innegabile che se la fontana barocca e il palazzotto costituiscono già un’accoppiata vincente, l’elemento-acqua dà il tocco magico all’insieme, come in quei presepi più elaborati, con mulini e cascatelle, che attraggono sempre fedeli e turisti nelle chiese);

4) le monetine sul fondo della vasca (il tesoro sommerso!).

 

Sperando di fare cosa gradita alla protagonista di questo ritratto, e contando sul sollievo che dovrebbe provare nel passare quasi inosservata da questo momento in poi, noi è così che la tratteremo: come uno sfondo.

E allora, davanti a cotanto sfondo, vediamo chi è che si muove da protagonista sul palcoscenico della piazza.

Escludiamo i turisti che in ogni momento vengono a rendere omaggio – e pellicola, e una monetina gettata di spalle – alla fontana: nulla più che comparse. E trascuriamo anche i distratti residenti in zona.

Solo a questo punto possiamo partire con l’occhio di bue.

 

Personaggio n.1: il centurione che dall’alba al tramonto staziona al centro della piazza, nella snervante attesa di un branco di giapponesi curiosi e spendaccioni. Tenero e grottesco al tempo stesso, con il suo gonnellino dorato, l’enorme spada e quell’armatura pacchiana che un bambino di sette anni si vergognerebbe di indossare a carnevale.

 

 

 


 

Come assaggio, dovrebbe essere abbastanza. Se volete leggere il resto, comprate Orizzonti. Dove?

Per conoscere il sommario di questo numero e i punti vendita, date un’occhiata qui: www.rivistaorizzonti.net

 




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CULTURA
Oppio dei popoli - Orizzonti n.34
15 febbraio 2009
Con un po’ di colpevole ritardo, segnalo l’uscita del numero 34 di Orizzonti.



http://www.rivistaorizzonti.net/rivista.htm

Nella mia rubrica “Ieri_Oggi_Domani” trovate un pezzo intitolato “Oppio dei popoli”, che comincia così:



Ieri_Oggi_Domani

Oppio dei popoli

I popoli. Quanto devono spaventare chi li comanda, questi benedetti popoli. E non certo da oggi.

Da una parte infatti c’è (e c’è sempre stato) chi governa; dall’altra parte c’è (e c’è sempre stato) chi è governato: ovverosia il popolo, alla faccia del cosiddetto popolo sovrano.

Per chi governa, se il popolo non pensa è meglio. Perché se pensa, può pensare tante cose pericolose. Per esempio, può pensare che chi governa non lo stia facendo tanto bene. Può pensare che chi governa si stia approfittando della propria posizione, fregandosene impunemente del popolo. Può pensare che sia arrivata l’ora di insorgere, rovesciare il governo, far fuori la classe dirigente – in maniera più o meno figurata – e prendere il potere.

Un popolo pensante può creare un sacco di problemi, perché chi è in grado di pensare è anche in grado di guardare alla propria condizione economica e sociale, di guardare a quella di chi comanda il Paese e di trarre delle conclusioni.

Va detto che il popolo, in genere, non ama pensare. Magari si arrabbia, si avvilisce, si esalta o si abbrutisce, ma pensare no, è cosa più da individuo che da popolo. Consapevoli di questo fatto, già gli antichi romani sapevano benissimo come tenere a bada i popoli: col panem et circenses. Una pagnotta, uno spettacolo di gladiatori al Colosseo, e la gente, da incazzata che era, si rilassava, si tranquillizzava, scrollava le spalle e si diceva che in fondo non era il caso di lamentarsi troppo: le cose sarebbero potute andare anche peggio…

Ma i veri geni nell’arte di intorpidire le menti sono stati papi, vescovi e cardinali. I preti, insomma. Con la religione hanno addormentato l’intero Occidente, fomentandolo con le crociate, l’inquisizione, le eresie, le ordalie e distraendolo da tutti gli abusi, i soprusi e le zozzerie venali e temporali compiute in nome di Dio. Più o meno quello che fanno oggi alcuni fondamentalisti islamici con Allah e la guerra santa.

Non aveva mica torto, Marx, a considerare la religione l’oppio dei popoli. Però ignorava che anche le ideologie – socialismo incluso –, come la religione, avrebbero narcotizzato popoli per diverse generazioni.

Oggi si suole affermare che Dio è morto e le grandi ideologie sono crollate, quindi non c’è più niente in cui credere. Probabilmente è vero. Ma ciò non significa che non ci siano “oppiacei” efficacissimi con cui rincretinire popoli di tutte le latitudini.

La televisione è solo l’esempio più evidente: un contenitore spesso vuoto, o quasi, che tuttavia riesce ad abbacinare centinaia di milioni di persone. Persone che per pigrizia, per abitudine o per semplice noia, invece di pensare o di parlare rimangono sedute tutta la sera sul divano con il telecomando in mano e la cosiddetta scimmia sulla spalla. A prescindere, chiaramente, dai programmi in onda.

La televisione è un giocattolo fantastico nelle mani dei governanti: dopo aver lobotomizzato gli spettatori a suon di televendite, soap operas e infami varietà, basta che il Capo faccia la sua apparizione e dica qualcosa contro i suoi nemici personali, perché un esercito di elettori dal cervello ormai spappolato gli dia ascolto. Del resto quello che ha appena parlato in tv è lo stesso uomo che tutte le sere manda in onda sul piccolo schermo i moderni circenses a base di quiz idioti e pseudoballerine seminude. Eccolo, il consenso elettorale.

I videogiochi sono un altro esempio lampante di oppiaceo. Ma la loro tendenza a inebetire ragazzini e non solo è talmente palese che non vale la pena soffermarci oltre.

Vale la pena invece spendere due parole sul cibo, e soprattutto sul cosiddetto junk food, illusoria e traditrice consolazione con cui si sono ingozzati milioni di americani e che ora ha cominciato a gonfiare ventri e ad addormentare cervelli anche in Europa.

E il calcio? Pur volendo sorvolare sui campionati mondiali in Argentina nel 1978, quelli in cui le vittorie della squadra di casa per un mese riuscirono a distogliere l’attenzione del Paese e dell’intero pianeta dai desaparecidos e dagli orrori della dittatura militare, bisognerà riconoscere che il pallone è una droga potentissima. Ogni mese di giugno uomini di buona volontà promettono a se stessi e alle proprie famiglie che non si lasceranno dominare nuovamente da un’altra stagione di uno sport monoteista (“non avrai altro Dio all’infuori di me!”) e oltre tutto corrotto, falsato, violento e dopato. Ogni mese di settembre gli stessi uomini di buona volontà, che al massimo sono riusciti a non farsi coinvolgere troppo dal calciomercato estivo, aspettano con trepidazione il fischio d’inizio del campionato. Nel frattempo i governi cadono, le borse crollano, la Terra si surriscalda e le guerre aumentano. Ma quest’anno abbiamo uno squadrone: e se possiamo puntare a vincere scudetto, champions league e coppa Italia le cose non possono andare troppo male…

La moda è più pericolosa ancora. E lo sarà fino a quando verrà governata da stilisti in larga percentuale omosessuali che con sadica frustrazione propongono universi popolati da non-donne anoressiche e taglie che nessuna vera femmina riuscirebbe a indossare, provocando sgomento, depressione e qualche volta morte.

Meno drammatico, ma altamente nocivo e alienante, è il consumismo sfrenato, il furor da shopping. Possibile che dopo una settimana di lavoro anche massacrante (e con una busta paga che non consentirebbe sciali) intere famiglie si riversino in enormi centri commerciali dove trascorrono sistematicamente il weekend? Il sabato e la domenica sarebbe sano evitare stress, calca, traffico, problemi di parcheggio. E invece sono tutti in fila, in macchina, a cercare un posteggio lontano un chilometro dall’Ikea, mentre si pregustano di zigzagare bovinamente col carrello della spesa fra gli infiniti negozi dell’immensa galleria commerciale [...]



Per leggere la fine dell’articolo, comprate il numero 34 di Orizzonti. L’elenco dei punti vendita lo trovate qui sotto:

http://www.rivistaorizzonti.net/puntivendita.htm




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CULTURA
Trova l’intruso: un format enigmistico
22 novembre 2007

È uscito il numero 32 della rivista “Orizzonti”. Stavolta nella mia rubrica Ieri_Oggi_Domani ho parlato di…




Trova l’intruso: un format enigmistico

Il titolo di questo articolo è un dichiarato omaggio a una rubrica della Settimana Enigmistica che invita i lettori a indovinare chi è l’intruso e perché. Facciamo un esempio pratico: immaginate, raffigurati in un’unica vignetta, un busto di Beethoven, un cane lupo, una moneta da un marco, un barboncino e una Mercedes. L’intruso è il barboncino: perché? Perché è l’unico a non essere tedesco (il cane lupo, invece, è un pastore tedesco).

Adesso che avete chiaro lo spirito del gioco, proviamo a trasformarlo, e diamogli una veste scritta, adattandolo a una rubrica come la nostra. Magari un giorno potrebbe diventare un format radiofonico o perfino televisivo, ma per quello c’è tempo.

Intanto pensiamo a noi: fra queste cinque parole che cominciano per anti, siete in grado di individuare l’infiltrata?

Antivirus. Antifascista. Antiproiettile. Antipatriottico. Antiquario.

Forse state già ridacchiando. L’immagine dell’Antiquario entrato di soppiatto nella lista di chi è contro qualcosa (contro i virus di un computer, contro il fascismo, contro i proiettili, contro gli interessi della patria) effettivamente è curiosa; come del resto sarebbe curiosa l’idea di un’Antilope – per avere diritto ad entrare in questo gruppo di termini “contro”, si dovrebbe chiamare per lo meno Antileone!

Continuiamo con il nostro giochino, e stavolta lasciamo le cinque parole in ordine alfabetico. Vediamo se qualcuno riesce ad avere dei dubbi.

Biodegradabile. Biodiversità. Biologico. Bionda. Biopsia.

Nonostante la diversità faccia parte del suo nome e della sua natura, l’intrusa, ovviamente, non è la Biodiversità – siamo in un contesto interamente bio! – ma la Bionda (che, notoriamente svampita, deve aver sbagliato squadra).

Bene. Sperando che questo passatempo enigmistico vi stia lentamente conquistando, noi andiamo avanti proponendo un’altra assurda cinquina.

Controriforma. Contrordine. Controcorrente. Controquerela. Controllo.

Ovvero, una riforma che va contro una riforma precedente, un ordine che va contro un altro ordine, una corrente che va contro un’altra corrente, una querela che va contro un’altra querela e… certamente non un ollo che va contro un altro ollo.

Andiamo avanti, e anzi proviamo a rendere davvero popolare questo gioco: solo uno di questi termini non deriva dal greco demos (popolo, per l’appunto).

Democrazia. Demografia. Demologia. Démodé. Demofobia.

La prima parola indica una forma di governo in cui il popolo è sovrano; la seconda un’analisi dei fenomeni quantitativi che riguardano la popolazione; la terza uno studio delle tradizioni popolari; la quinta una paura patologica della folla. La quarta parola naturalmente non c’entra niente, visto che non sta certo per “un popolo a cui la Storia non presta più attenzione”.

Ancora, ancora, senza perdere il ritmo.

Epitaffio. Epicentro. Epilazione. Epidemia. Epifania.

Attenzione a non associare l’Epifania soltanto con la Befana, e quindi a legare le gambe della Befana a una necessaria Epilazione. Le prime due e le ultime due parole di questa cinquina derivano dal greco e si reggono su un epi (che vuol dire, fra le altre cose, proprio su, sopra). Epilazione invece deriva dal francese.

Ma non ci dilunghiamo: i prossimi cinque termini sono già pronti schierati.

Metafisica. Metalinguaggio. Metamorfosi. Metafora. Metano.

Il greco meta può indicare mutamento, trasposizione, superamento di limiti, posteriorità. E sebbene sia indubbia la posteriorità dell’ano, è proprio Metano l’intruso!

Via, ripartiamo subito. E stavolta parliamo di dimensioni (modeste, a dire il vero).

Miniera. Minigonna. Minimarket. Miniappartamento. Minigolf.

Una gonna corta, un piccolo supermarket, un appartamento microscopico e la versione in scala molto ridotta del gioco del golf hanno sicuramente qualcosa in comune. E siccome la Miniera non è “un’epoca di breve durata”, ecco svelato chi è l’intruso di questo lotto.





Se volete sapere come va a finire, non vi rimane che comprare “Orizzonti” n. 32. Sul sito www.rivistaorizzonti.net l’elenco dei punti vendita in cui potete trovarla. Buon proseguimento!

Fesso chi NON legge. Soprattutto se è un manager.
28 giugno 2007

È in uscita in questi giorni il numero 31 della rivista Orizzonti. Nella rubrica Ieri_Oggi_Domani c’è il mio articolo Fesso chi NON legge. Soprattutto se è un manager.
Che comincia così…

Fesso chi NON legge. Soprattutto se è un manager.

Non mi era mai venuto in mente di accostare la figura del manager di un’azienda alla lettura di bei romanzi. Chissà, forse dipende dalla stragrande maggioranza dei manager che conosco io: se si va oltre un libro di Moccia sfogliato sotto l’ombrellone, è grasso che cola.

Ma lo spunto di Francesco Varanini, autore di Leggere per lavorare bene. Nuovi romanzi per i manager (Gli specchi Marsilio, pp. 300, euro 19,00) è così stimolante che ho deciso di dedicargli un intero Ieri Oggi Domani. Il tema, d’altra parte (in che modo la letteratura è stata, è e sempre sarà utile, oltre che dilettevole?) è anche “temporalmente” perfetto per questa rubrica.

Io non avevo mai considerato la possibile relazione fra la lettura di un romanzo e il lavoro, quindi per cominciare mi sembra giusto passare la parola all’autore del libro. Che scrive, nell’introduzione: “Il romanziere si prende tutte le libertà che sono negate allo storico, scienziato sociale, e anche allo stesso giornalista: costruisce un sistema verosimile senza essere schiavo della verità. Si permette, con vantaggio per il lettore, di ingigantire un aspetto in apparenza marginale, un dettaglio, illuminando così di una luce nuova un quadro che magari ci appariva già noto”.

Alla faccia (di bronzo) di quanti sostengono che amano leggere, ma proprio non hanno tempo di farlo, Varanini non si limita a rispondere che il tempo, se davvero si vuole, lo si trova. La verità è che leggere romanzi rappresenta un investimento molto istruttivo, perché ci sprona a connettere tra di loro pensieri apparentemente distanti, alimentando in questo modo la creatività e un atteggiamento proiettato verso l’innovazione.

Ma ora cominciamo a passare in rassegna un po’ di casi aziendali tratti dalla letteratura. Varanini prende in esame ventidue romanzi, più o meno famosi, e li viviseziona davanti ai nostri occhi indicandoci qual è il messaggio di cui possiamo fare tesoro per capire meglio la nostra vita lavorativa.

E il risultato è sorprendente: libri che apparentemente non parlano affatto di lavoro, sotto sotto hanno eccome qualcosa a che vedere con il lavoro.

Partiamo da un esempio concreto: Le affinità elettive di Goethe. Tra i vari brani selezionati, ce n’è uno illuminante sulla cattiva gestione del personale. Si narra di un vecchio scrivano che lavora molto meglio da quando nessuno si preoccupa di “farlo lavorare”. Ed è inutile aggiungere che chiunque abbia avuto la fortuna – in un certo senso – di trovarsi in ufficio il 14 agosto o il 27 dicembre, con i capi in ferie e un’atmosfera molto rilassata, si sarà reso conto della grande verità espressa da Goethe.

Andiamo avanti. Ne La lettera rubata di Poe, importante caso risolto dal genio investigativo del detective Dupin, possiamo facilmente vederci un aspetto controverso tipico di ogni società: un’azienda che si regge su uno stuolo di managerini e impiegati totalmente fedeli alla causa (senza personalità), ha bisogno – pur temendola o comunque non amandola; diciamolo pure, non capendola! – di una persona di talento, imprevedibile e non allineata, che addirittura forzi un po’ i confini del suo ruolo e delle sue mansioni per poter lavorare lasciando un segno…

Il seguito dell’articolo lo trovate sul numero 31 della rivista Orizzonti (www.rivistaorizzonti.net).

letteratura
Dell’anima, del Diavolo, e del dottor Fausto
22 febbraio 2007

 

È uscito il numero 30 (!) della rivista Orizzonti.

Nella rubrica Ieri Oggi Domani c’è il mio Dell’anima, del Diavolo, e del dottor Fausto. Che comincia così:

 

 

Dell’anima, del Diavolo, e del dottor Fausto

 

C’era una volta Faust. Poi c’era il diavolo (no, non un diavolo qualunque: Mefistofele, il Diavolo). E c’era soprattutto l’anima, il bene più prezioso di un uomo, il conto salatissimo che il Signore dell’Ade faceva pagare per i suoi infernali servigi.

Particolare non proprio irrilevante: per quanto diavolo, e quindi malvagio, satanico, maligno, perverso, empio, lordo, fetente, eccetera eccetera, Mefistofele dichiarava subito il suo prezzo. Che poi approfittasse della debolezza dei suoi clienti, è un altro discorso (del resto, quale commerciante non lo fa?), ma la trasparenza dei suoi affari, perfino l’onestà in certo qual modo, era tutto sommato apprezzabile. Trattandosi del Diavolo, infatti, poteva benissimo limitarsi a chiedere un piede, un orecchio o un rene, e poi al momento opportuno strappare l’anima a chi aveva avuto la malaugurata idea di firmare il diabolico accordo.

 

Quelli erano bei tempi, romantici, e Mefistofele si mostrava al mondo in tutto il suo spaventoso splendore di creatura infernale: completo rosso fuoco, mantello nero, corna, piedi caprini, coda e un forcone in mano per le grandi occasioni.

Oggi le cose sono cambiate, nella sostanza senz’altro, ma anche nella forma. Sarà che la televisione ha dato il colpo di grazia alla nostra fantasia, ma il fatto che il diavolo possa celarsi dietro qualunque stronzo dirigente di una grande multinazionale, con un bel vestito di Armani che nasconda le sue sataniche sembianze e un parfum pour homme francese che copra il suo odore di zolfo, è così poco suggestivo...

                                                                

 

 

Chi volesse continuare a leggere l’articolo, non deve fare altro che acquistare Orizzonti n. 30 in edicola o in libreria. Per informazioni sul sommario di questo numero o sull’elenco dei punti vendita, www.rivistaorizzonti.net

 




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letteratura
Il tango delle candele
2 agosto 2006

Il tango delle candele

 

«Suipacha 384, señor.»

Raramente il passaggio da oggi a ieri, due terzi del titolo di questa rubrica, è stato così fulmineo. Ma se il momento in cui pagavamo il taxi era ancora oggi, nell’istante immediatamente successivo, quello in cui mettemmo piede nella Confitería Ideal (l’indirizzo, me l’ha ricordato il tassinaro, è Suipacha 384, all’incrocio con l’infinita Avenida Corrientes, in pieno centro), entrammo nel regno incontrastato dello ieri. E forse è anche per questo motivo se ho deciso di usare il passato remoto nel racconto della mia ultima serata a Buenos Aires.

Ma riprendiamo la narrazione: varcata la soglia dell’antica confitería ci ritrovammo in un mondo quanto meno bizzarro, se non proprio anacronistico. Sapevo infatti, o forse immaginavo soltanto, che i caffè incarnano l’anima tanguera della capitale argentina, la sua cultura nazionale, il mito dei costumi e delle tradizioni popolari. Però avevo sentito dire anche che molte antiche confiterias di Buenos Aires (le poche rimaste, presumibilmente) avevano dovuto rinnovarsi per restare al passo coi tempi e non essere costrette a chiudere i battenti.

Chissà che posto mi immaginavo: un locale per turisti, dal design moderno, internazionale e un po’ anonimo, pur ricavato in una “scatola” originale dei primi del Novecento? Un palcoscenico senz’anima su cui squattrinati attorucoli e demotivate comparse interpretavano focose coppie di ballerini di tango, tanto per dare agli avventori statunitensi il sollazzo e l’illusione di aver saputo cogliere “l’autentico spirito porteño”?

In ogni caso l’impressione, fortissima, che ricavai quel giovedì sera, fu di attaccamento quasi commovente a un passato che è, senza alcun dubbio, ancora presente. La Confitería Ideal oggi rappresenta un baluardo, un simbolo superstite di un’altra epoca che i vecchi nostalgici non si rassegnano a dare per morta, e che di fatto non è morta, se tanti giovani in grado di intuirne l’antico fascino e splendore sono lì, giorno dopo giorno, a ballare il tango e la milonga.

Ma torniamo a noi, e anzi procediamo con le presentazioni, su cui abbiamo fin qui un po’ maleducatamente sorvolato: quella sera alla Ideal c’ero io, c’era la mia collega di lavoro venuta con me in trasferta dalla sede di Roma e c’era il nostro gentilissimo ospite argentino, visibilmente compiaciuto di poter fare il signore con il budget di rappresentanza dell’azienda.

Avevamo dunque appena messo piede nell’edificio e ci accingevamo a pagare il biglietto d’ingresso (offriva, come detto, la sede argentina della multinazionale per cui lavoriamo tutti e tre). E subito mi colpì l’altezza del soffitto, e una certa aria familiare del grande salone al pianterreno. Avevo la sensazione di trovarmi in Europa, ma in un’Europa (Parigi? Vienna? Forse Madrid?) di cento e passa anni fa. Lasciai scorrere l’occhio sui muri, rivestiti con pannelli di legno scuro, poi sul pavimento, di marmo come le pesanti colonne che sorreggono l’edificio. Infine su dei raffinati lampadari art deco pendenti dal soffitto.

Salendo una maestosa scalinata di marmo arrivammo al piano di sopra, dove diverse coppie stavano ballando un pezzo che conoscevo perfino io – probabilmente un classico di Piazzolla o di Carlos Gardel. Senza rendercene conto, stavamo assistendo a una lezione di tango che, avrei appreso di lì a pochi secondi, la Confitería Ideal ospita più o meno tutti i giorni e a tutte le ore.

Un cameriere con i capelli grigi e la riga molto bassa, appena sopra l’orecchio, prima che potessimo aprire bocca ci chiese di aspettare: doveva essere sicuro che l’unico tavolino apparentemente libero in realtà non fosse già riservato. Quando tornò, scusandosi perché non c’era posto, il nostro ospite gli rivelò quello che non aveva fatto in tempo a dire prima: era proprio lui ad aver prenotato quel tavolino.

Ci accomodammo così tra due donne sui quarant’anni che fumavano come ciminiere e un americano che sorseggiava birra in bottiglia. Sulla pista, la gente continuava a ballare. E io contai una, due, tre, quattro e addirittura cinque coppie di ultrasettantenni, che mi fecero sorridere con tenerezza: nonostante l’età veneranda sembravano posseduti dal demone sensuale del tango, e al di là dei passi obbligati si concedevano frequenti smorfie involontarie, dettate dal ritmo e da un invidiabile residuo di passione.

L’amico argentino ci spiegò che quelle persone, con ogni probabilità, da cinquant’anni non si perdevano un giovedì sera alla Ideal. E quella sera, come tutti i giovedì, non sarebbero andate a dormire prima della chiusura del locale, verso le quattro del mattino.

La loro energia vitale mi colpì come uno schiaffo che non provai neanche a schivare. Quei vecchietti decrepiti, traballanti nel momento di alzarsi dalla sedia, appena si mettevano a ballare ritrovavano vigore e sicurezza; mentre noi a mezzanotte già cominciavamo a sbadigliare. Che vergogna!

Riflessioni, quasi obbligate. Il tempo che passa. Il tempo che non passa. Le lancette ferme, a un’ora imprecisata di una notte di cent’anni fa.

Svegliandomi dall’effetto incantato, mossi istintivamente la testa con uno scatto, e il mio sguardo si fermò sul pavimento, concentrandosi sulle mattonelle sbeccate agli angoli, su una “linea di terra” che non pareva perfettamente orizzontale e pertanto, mi dissi, doveva essere piuttosto insidiosa per i ballerini, soprattutto per i più stagionati. Anche i muri non nascondevano la propria età, rigati da quelle crepe che peraltro affollavano in maniera disordinata il soffitto. Pensai che in fondo, ma neanche tanto in fondo, il fascino decadente del luogo dipendeva anche da particolari come questi.

I tre camerieri sembravano fatti con lo stampino: piuttosto in là con gli anni, capelli grigi e riga bassa, un asciugamano bianco su un braccio e l’altra mano che portava un vassoio d’argento, in genere con una bottiglia di acqua tonica o minerale.

Anche se eravamo un po’ fuori stagione, io e la mia collega convenimmo che in un posto del genere avremmo dovuto ordinare un tradizionale chocolate con churros. All’occhiata perplessa del cameriere, confermai la richiesta ma vi aggiunsi una leche merengada con abbondante cannella. In ogni caso si stava bene, come temperatura. La cioccolata calda, anche ai primi di marzo, non ci avrebbe squagliato del tutto, visto che una batteria di ventilatori piazzati in maniera strategica faceva più che onestamente il proprio dovere (altro che aria condizionata: quel tipo di modernità alla Confitería Ideal sarebbe parsa insopportabile, volgare, sfacciata e fuori luogo. Di più, sarebbe parsa un errore, un falso storico, come l’orologio al polso di un centurione in un film di genere peplum. L’aria condizionata cent’anni fa non esisteva).

Davanti a noi, intanto, danzatori professionisti e dilettanti entusiasti continuavano ad animare la scena, muovendosi secondo precisi rituali di corteggiamento. Non si trattava di una pura casualità, dunque, se fino a quel momento erano sempre stati gli uomini a invitare le signore a ballare. Né se le candidate (belle, brutte, giovani, vecchie, magre, grasse, argentine o straniere), sedute tutte in fila, aspettavano così smaniose che un eventuale cavaliere si accorgesse di loro.

Ma la cosa più sorprendente, per me, fu la constatazione che due perfetti sconosciuti, due totali estranei, dopo quattro note, trenta secondi e due passi di tango sembrassero una coppia complice e affiatata. Con il non trascurabile dettaglio che magari lui aveva trent’anni più di lei, o viceversa. In ogni caso, due tanghi e via, la regola evidentemente impone che si cambi frequentemente partner: la monogamia è routine, non giova alla passione.

Arrivai a leccarmi i baffi, dopo l’ultimo sorso di leche merengada. Intanto sulla pista una moracciona prossima alla mezza età ma molto truccata, con un maglione lungo a strisce orizzontali bianche e blu che le faceva da mini-vestito (in un’atmosfera del genere, da primi del Novecento, il 1983 non è ieri, è dopodomani!) ballava costantemente fuori tempo, e sembrava strusciarsi più del dovuto sui suoi cavalieri – che peraltro dimostravano di non disdegnare un atteggiamento così sessualmente aggressivo. Mi venne spontaneo domandarmi se a fine serata la donna sarebbe tornata a casa da sola: ci si iscrive a un corso di tango per rimorchiare? Mah, chissà…

Non sono un esteta, ma la presenza di quella donna volgare mi infastidì un po’: come stonava in quel bel quadro decadente. Era sgraziatamente troppo moderna, come del resto il maestro di tango. Che però, per lo meno, aveva il pregio di corrispondere in toto al cliché del maestro di tango argentino. Brutto, un po’ cafone, ma dotato di un’indiscutibile carica erotica. E più nello specifico: un metro e ottanta, capelli lunghi scuri e mossi ma un po’ pelato in mezzo, camicia bordeaux e pantaloni neri con bretelle nere, uno sguardo infuocato dalla pasión, gesti decisi che non ammettono discussioni. La donna deve soltanto seguirlo, perché lui è il maestro, lui è il vero uomo latino, lui è il maschio alfa.

Questo, mi parve evidente, era il pensiero delle sue allieve, e anche delle decine di ragazze giovani e di mature signore che passavano continuamente fra i tavoli lasciando volantini di scuole di milonga, di negozi di scarpe da tango, di riviste specializzate.

Eppure, molto più rappresentativi del maestro e per certi versi più fascinosi, erano tutti quegli uomini eleganti col vestito della domenica e con la cravatta, con la brillantina, la riga bassa e un viso antico, come quello del fantino Frankie Dettori. E poi tutte quelle donne con pettinature fuori dal tempo (non semplicemente fuori moda), con vestiti sbarazzini cent’anni fa e oggi solo teneramente antiquati, che a intervalli regolari, ballando, alzavano la gambetta sorridendo con aria birichina.

Per una mezz’ora non pensai a niente, imbambolato a fissare queste coppie che danzavano davanti ai miei occhi, in una cornice così sensuale e malinconica come un’antica confiteria. L’orchestrina stava suonando una milonga triste, ma nella mia testa suggestionata poteva essere il Valzer delle Candele, e provai anche un filo di nostalgia per un’epoca evidentemente mai vissuta. Poi all’improvviso qualcuno guardò l’orologio, seguirono un paio di esclamazioni stupite sull’ora tarda e decidemmo di andare via.

Uscendo dalla Ideal, il senso di vertigine non era ancora passato. Prima di tornare all’oggi, immaginai di incontrare qualcuno che ci informasse, sconvolto, dell’affondamento del Titanic. O addirittura mi aspettavo di imbattermi in un ragazzino con i giornali sottobraccio che gridasse “Edizione straordinariaaaa. In un attentato a Sarajevo perde la vita l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austro-ungarico”. Naturalmente non accadde niente del genere; anzi, in due minuti arrivò il taxi e spezzò l’incantesimo, restituendomi al presente e alle poche ore di sonno prima dell’indomani.

 

Francesco Denti

 

(articolo pubblicato su Orizzonti n. 29, luglio 2006, nella rubrica “Ieri, oggi, domani”)

 




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L'incredibile Uomo Zerbino
20 marzo 2006

L’incredibile Uomo Zerbino

Il tempo passa, e passa per tutti.

I granelli di sabbia possono scorrere con un ritmo più o meno forsennato, ma prima o poi oltrepasseranno la fatale strettoia e si ritroveranno sul fondo vetrato della clessidra, ormai irrimediabilmente vissuti.

Il tempo passa per l’uomo (anche se un impiegato ministeriale, tra una pausa caffè e un’occhiata al “Corriere dello Sport”, potrebbe verosimilmente asserire il contrario).

Il tempo passa per un cane (sette anni in uno: neanche gli istituti di recupero per studenti poco dotati propongono un’offerta così apparentemente vantaggiosa).

Il tempo passa per un albero, un’automobile, un tozzo di pane, un paio di scarpe.

Il tempo, a quanto pare, passa anche per i personaggi di fantasia. Vent’anni dopo, i moschettieri sono sempre le migliori lame di Francia, ma dalle prime, esaltanti avventure sono trascorsi appunto vent’anni, e sul volto di Athos, sul ventre di Porthos, sui capelli di Aramis e sul temperamento di d’Artagnan quattro lustri si vedono eccome.

Lo stesso Sandokan, dopo un certo numero di libri della sua saga, appare invecchiato: ogni tanto fa notare orgogliosamente che il suo braccio è forte come ai bei tempi e la vista ancora aguzza, ma la errabonda vita da corsaro lo ha stancato, e non vede l’ora di ristabilirsi nel suo impero faticosamente riconquistato.

Il tempo passa anche per i supereroi dei fumetti, che perdono poteri, li riacquistano, diventano più maturi, si chiedono se sia giusto affrontare in maniera evidentemente impari un criminale da strapazzo, appendono al chiodo il costume, si sposano, si separano, tornano insieme, muoiono, risorgono (o meglio: si scopre che non erano veramente morti… benedetti superpoteri!), indossano un nuovo costume, eccetera eccetera.

Il tempo, infine, passa anche per l’Uomo Zerbino.

Per quanto il nome possa suonare non troppo dissimile da quello dell’Uomo Ragno o dell’Uomo Sabbia, l’Uomo Zerbino non è un supereroe, né un supervillain. Chi è l’Uomo Zerbino allora?

Proprio perché non è un supereroe, risulta arduo raccontare la sua genesi o le sue origini segrete, come invece si usa fare con le star del fumetto: non è stato punto da ragni radioattivi, né esposto a una tempesta di raggi gamma, e tanto meno proviene dal pianeta Krypton.

Quando sia nato, nessuno lo sa. O almeno, io lo ignoro; al massimo posso ricordare le tante volte che è stato invocato, da me e dai miei amici, ai tempi del ginnasio e poi del liceo. E aggiungo un particolare: ogni volta che l’Uomo Zerbino faceva la sua comparsa sulla scena, veniva invariabilmente sbeffeggiato, seppure con un misto di comprensiva solidarietà e di sollievo.

Il motivo di quel sollievo è presto detto: a differenza di un vero supereroe, che sotto la maschera cela una – ed una sola – identità segreta, l’Uomo Zerbino è soltanto un atteggiamento (eccitato, debole e ingenuo), un costume che può indossare proprio chiunque. L’identità dell’Uomo Zerbino, quindi, cambia continuamente. E siccome c’è poco da essere fieri quando si entra in quel personaggio, ecco spiegato il perché del sollievo: vuol dire che i panni dell’Uomo Zerbino, in quella precisa occasione, li ha vestiti qualcun altro.

Penso che sia abbastanza chiaro, a questo punto, il significato dell’espressione “Uomo Zerbino”. Servi della gleba, piccolo capolavoro di Elio e le Storie Tese, è un commosso tributo a questa entità sottomessa e perdente, oltre che la sua canzone-manifesto (tanto per citare alcuni versi sparsi qua e là: “Servi della gleba a testa alta, verso il triangolino che ci esalta […] Servi della gleba in una stanza, anestetizzati da una stronza […] Lei è il mio piccione, il suo monumento”). Io stesso ho tracciato un identikit dell’Uomo Zerbino nel mio Spolverino nero da tre zloty (“[…] Aveva spostato la conversazione sul caso di un suo vecchio pretendente, uno che la ossessionava offrendo di portarle la cartella a scuola, di riaccompagnarla a casa, di farle i compiti, e lei non sopportava quell’atteggiamento troppo servile.”).

Uomo Zerbino è una condizione quasi necessaria nel maschio adolescente, ma diventa patologia una volta finite le scuole superiori, o comunque superati i diciotto anni. Il ragazzino in età puberale è curioso, voglioso e allo stesso tempo timoroso di misurarsi con l’altro sesso. Qualcosa sa, qualcosa ha visto, qualcosa ha sentito, ma tutto il resto lo immagina soltanto, e prova un desiderio bruciante, oltre che un disperato bisogno, di dare una conferma – o al limite, anche una smentita – alle sue appassionate supposizioni.

Nel 99% dei casi, un quattordicenne con la mente obnubilata da fantasie sul sesso è un Uomo Zerbino, capace, giorno dopo giorno, di accompagnare a casa in motorino una sua amica (che ovviamente non lo degna della minima attenzione), e rischiando per questo una multa salata, il sequestro del mezzo e in ogni caso il predicozzo dei genitori per aver fatto tardi a pranzo. Non è un sintomo sufficientemente grave di zerbinismo? Riflettiamo pure sul fatto che lo stesso quattordicenne sarebbe disposto ad accompagnare la sua amica anche con l’autobus, attraversando la città e tornando a casa nel pomeriggio inoltrato, troppo stanco per mettersi a studiare: quasi certa, con queste premesse, un’interrogazione con votaccio la mattina seguente. E si potrebbe continuare all’infinito: è tipico di quel quattordicenne fingere interesse, o anzi entusiasmo, per Van Gogh, Caravaggio o Picasso, e sciropparsi ore di fila per rimediare due biglietti di un evento cultural-mondano, dove potrà invitare la sua amica (che nella migliore delle ipotesi accetterà l’invito ma troverà il modo per non farsi baciare; è molto probabile, comunque, che dia buca all’ultimo momento, lasciando al nostro eroe due biglietti da masticare e ingoiare come fossero cappelli di Rockerduck).

Beh, insomma: tutti (sigh), chi più chi meno, abbiamo indossato per qualche tempo il patetico costume dell’Uomo Zerbino. Tutte, chi più che meno, hanno fatto sì che eserciti di maschi ancora implumi rinunciassero per qualche tempo alla propria dignità. E perché, poi? Per un tragico e fatale malinteso che generazione dopo generazione continua ad abbagliare schiere di ingenui sognatori: “quando lei si renderà conto che può contare sempre su di me, finirà per amarmi”.

Com’è che si sblocca la situazione, e un uomo smette di essere zerbino?

All’ennesimo rifiuto, nel maschio frustrato scatta una reazione rabbiosa che evidentemente covava da secoli sotto la cenere (e sotto lo zerbino). Convinto di aver finalmente aperto gli occhi, il nostro adolescente si scaglia contro l’intero genere femminile eruttando rancore e desiderio di vendetta. Normale questione di orgoglio.

Poi, lentamente, il furore sbollisce e subentra magnanimo il perdono: lei ha le sue colpe, d’accordo, poteva mettere subito le cose in chiaro invece di indugiare in atteggiamenti tanto ambigui e deleteri. Però lui, dal canto suo, non può non ammettere un dato di fatto importante: per mesi, anni, si è cullato in un’idealizzazione che non corrispondeva affatto alla realtà. Voleva che le cose andassero in un certo modo, e la sua immaginazione si era messa al lavoro per creare un universo parallelo in cui le cose potessero andare proprio così. Indipendentemente dalle intenzioni della sua ambita preda.

E poi… sì, lei è stata un’egoista, perché con la devozione di un ancora-non-del-tutto-uomo ha nutrito e lusingato la sua nascente sicurezza di giovane donna. Ma l’età e l’inesperienza possono in parte giustificarla, così come l’incertezza di fronte a un dubbio ragionevole e probabilmente molto sgradevole: “non è possibile, ieri era mio amichetto e adesso mi si vuole fare? Che idea assurda!”.

* * *

È sempre divertente parlare dell’Uomo Zerbino, ma qui bisogna concludere. E allora arriviamo veloci al punto: la vocazione maschile alla sottomissione è un fatto assodato, ma perché ci sia un Uomo Zerbino deve necessariamente esistere anche una stronza che ci cammini sopra o ci si pulisca le scarpe. E poi la sottomissione fine a se stessa non conta, bisogna che sia interessata. A fottere la stronza, è chiaro.

Eppure, a quanto pare, oggi l’identità dell’Uomo Zerbino è cambiata.

Ho sentito chiamare Uomo Zerbino un ragazzo che si è offerto di aggiustare il computer della fidanzata del suo coinquilino. Ho sentito chiamare Uomo Zerbino un tipo che ha consegnato al suo capoufficio il curriculum di un’amica. Ho sentito chiamare Uomo Zerbino un meccanico cinquantenne che non ha fatto pagare la candela a un quindicenne col motorino truccato.

Sarà lo specchio dei tempi: in questi giorni di individualismo becero, di maleducato e ignorante egoismo, di barbarie dilagante, la gentilezza è un’abitudine da disprezzare. O almeno da guardare con diffidenza, visto che un gesto gratuito, secondo molti, non avrebbe senso. La gentilezza è percepita come debolezza, e quindi, vigliaccamente, viene presa in giro.

Mi verrebbe da dire che l’Uomo Zerbino, quello vero, non esiste più. Forse ha definitivamente appeso al chiodo il suo costume. Ma poi mi sorge un dubbio: l’Uomo Zerbino non sarà il meccanico, che, nudo dopo essersi tolto il costume, insegue disperato il quindicenne a cui ha regalato una candela?

Francesco Denti

(articolo pubblicato su Orizzonti n. 28, marzo 2006, nella rubrica “Ieri, oggi, domani”)




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27 ottobre 2005

Questo articolo è una barba, o è un barbarticolo?  di Francesco Denti

 

 

Per dei mesi sono stato convinto di avere un nemico nel quartiere dove abito. Il mio motorino, parcheggiato nella piazzetta dove affacciano le finestre del salotto e della cucina, è stato saccheggiato a più riprese: una mattina l’ho trovato senza parabrezza, due volte senza sella, poi mi è stata rubata la batteria, lo specchietto, di nuovo il parabrezza, e per un pelo – immagino di dover ringraziare un vicino nottambulo rientrato a casa con tempismo perfetto, viste le viti abbandonate per terra, segno di una fuga precipitosa – qualcuno non è riuscito a smontare il motore e a portarselo via.

Dal giorno successivo il mio motorino trascorre le sue notti in un garage, ma capita ancora che rimanga posteggiato per qualche ora sotto casa. E l’altra sera, quando sono sceso a slegare il mio cavallo di ferro per portarlo nel suo rifugio notturno, ho trovato sul bauletto un vecchio libro, piuttosto malconcio, di Barbapapà.

Barbapapà? Sì, quel buffo pupazzo rosa con tanti figli colorati, che impazzava in tutto il mondo una trentina d’anni fa. E siccome erano per l’appunto trent’anni che non sentivo più parlare della Barbafamiglia, questo curioso omaggio ha messo in moto una serie di ricordi, ricerche e riflessioni che riporto qui di seguito con la speranza che possano incuriosire e magari divertire qualche lettore.

Barbapapà è una via di mezzo tra un fantasma e un Gabibbo tutto rosa, gommoso, elastico e sempre sorridente, che sa trasformarsi in qualunque cosa (al grido di “Resta di stucco: è un barbatrucco!”). In italiano il nome Barbapapà può suonare strano, se si considera che il personaggio in questione è totalmente glabro. Ma barbe à papa in francese vuol dire zucchero filato.

Barbamamma è nera (particolare interessante, mi dico oggi: il maschio è stucchevole come lo zucchero filato, senza un pelo e così poco virilmente rosa; la femmina, al contrario, sobriamente nera) e ha una coroncina di fiori in testa, come poi tutte le figlie femmine.

Se non sbaglio, i due piantano nel terreno dei semi colorati a forma di uovo, li annaffiano opportunamente e subito spuntano, già allo stato preadolescenziale, sette barbacreature, ognuna delle quali con un carattere molto ben definito e un colore diverso.

Barbabella, ad esempio, è viola e molto vanitosa: indossa una collana di perle, due bracciali e ha uno specchietto sempre in mano (è un’evidente barbainterpretazione di quel personaggio cliché che Hollywood solitamente rappresenta con irritanti e superficiali biondine di Beverly Hills interessate solo allo shopping).

Barbalalla invece è verde, ed è la musicista di casa. Sa suonare tutti gli strumenti, o per meglio dire si trasforma negli strumenti che suona (ed è sovente ritratta con una lunga coda arricciata che forma un’arpa).

Barbabravo è azzurro, è uno scienziato e un inventore, e si porta sempre dietro un cannocchiale per osservare le stelle.

Barbazoo è giallo ed è l’amante degli animali (se a qualcuno interessa: io da piccolo mi identificavo in lui, e avevo un portachiavi con il pupazzetto di Barbazoo che tiene in braccio un cagnolino).

Barbaforte è rosso, è un atleta e ha una vocazione da leader (ovviamente il macho della famiglia viene preso un po’ in giro per la sua stolida, sebbene accennata, marzialità: come il suo corrispettivo Puffo Forzuto, è sempre rappresentato intento a sollevare pesi. Eh, questi fricchettoni degli autori… meglio un uomo pacifico e di colore rosa?).

Barbottina è arancione ed è l’unica con gli occhiali, perché incarna lo stereotipo dell’intellettuale, e passa la sua vita tra i libri come un topo di biblioteca.

Infine c’è Barbabarba, il pittore, che in quanto artista è diverso da tutti gli altri: infatti è nero come sua madre, ma… è peloso! (Guarda caso è l’unico della famiglia ad avere la parola “barba” ripetuta due volte nel nome: la prima è quel prefisso/cognome comune a tutti, la seconda indica la peculiarità del personaggio).

Probabilmente doveva essere un omaggio ai capelloni dell’epoca, un inno alla figura dell’hippy trasandato, ma oggi Barbabarba mi fa pensare a una famosa barzelletta sugli asterischi, che è più o meno così: una sera degli asterischi organizzano una festa, e decidono che il party dovrà essere molto esclusivo. Saranno invitati solo gli asterischi e né le virgole, né i punti, né tanto meno le parentesi o le virgolette potranno partecipare all’evento. All’orario previsto cominciano ad arrivare i primi ospiti, e gli asterischi più grossi, schierati minacciosamente come servizio d’ordine all’ingresso, si dimostrano inflessibili con chi prova a intrufolarsi. Accade però che un tipo sospetto, col cappello, si presenti alla porta e chieda di entrare. Un buttafuori ordina che costui si tolga il cappello, poi esclama soddisfatto: “A-ha, lo sapevo. Tu sei un miserabile punto che voleva imbucarsi!”. “No”, geme l’altro, “sono un asterisco. Solo che stasera, per la grande occasione, ho messo il gel!”.

Ecco, la domanda che mi pongo è questa: se Barbabarba si cospargesse di brillantina, apparirebbe liscio come tutti gli altri? Lo so, l’interrogativo è quanto mai ozioso, e può essere a ragione considerato pura masturbazione mentale, ma forse è meno stupido di quanto non appaia: in altre parole, Barbabarba è nato diverso (e quindi predestinato a diventare un artista), o al contrario, in quanto artista anticonformista, ha deciso di non allinearsi e di vivere in maniera trascurata?

Siccome non avrò mai una risposta dai due autori Annette Tison e Talus Taylor, tanto vale abbandonarsi a qualche minuto di infantile brainstorming e divertirsi a immaginare un’eventuale estensione della Barbafamiglia (quante cose possono succedere in trent’anni!).

I primi inverosimili parenti che mi vengono in mente sono tre vecchi zii, uniti dalla comune caratteristica della barba colorata: il primo è a tutti gli effetti un filibustiere (Barbanera), che è bene non lasciare avvicinare troppo ai gioielli di Barbabella; il secondo è uno zio vedovo che ha perduto, una dopo l’altra, tutte le sue mogli (Barbablù); il terzo (Barbarossa) nell’intimità verrebbe chiamato affettuosamente zio Federico, oppure anche zio Luca.

Poi penso a Barbazoo, che da grande potrebbe adottare due teneri frugoletti (Barbacane – che crescendo probabilmente diventerà un ingegnere – e Barboncino), e mi chiedo se Barbabarba prima o poi dovrà vedersela con la sua nemesi naturale (Barbiere). 

Se è certamente ipotizzabile l’esistenza di un obeso cugino americano (Barbecue), di un’intrattabile cugina sarda (Barbagia) e di una nipote vegetariana (Barbabietola) con un marito tossico (Barbiturico) e tre figli alcolizzati (Barbera, Barbaresco e Barbacarlo), allora non possiamo escludere che da qualche parte ci sia anche un prozio dai colori sgargianti e dall’alito pesante (Barbaglio).

E ancora, fa tenerezza la zia goffa e zitella specializzata in figuracce (Barbina), e fa fatica un giovane amante della vita notturna (Barbagianni) a vivere col bisnonno brontolone (Barbogio).

Fa invece sorridere il nipote nerd gran lettore di Tolkien e sempre arrapato (Barbalbero), mentre fa rabbia la cugina viziata e un po’ mignotta da tenergli a distanza di sicurezza (Barbie).

Chi fa i soldi, poi, è un cugino sfortunato in amore ma fortunatissimo al gioco d’azzardo (Barbarbar).

E infine c’è Barbara.

Ho il presentimento che buona parte dei lettori storcerà il naso davanti a quest’ultima rivelazione, e la cosa mi lascia perplesso: chi non ha battuto ciglio leggendo gli improbabili nomi fin qui elencati, come può meravigliarsi dell’esistenza di una tale chiamata Barbara? Bah… è pur vero che ogni scrittore ha i lettori che si merita.

 

P.S.: il libro di Barbapapà, dopo averlo sfogliato con gusto, l’ho poggiato sulla sella del motorino posteggiato accanto al mio. Ho avuto la tentazione di portarlo a casa, ma il pensiero che fosse caduto di mano a un bambino (con dei genitori chiaramente della mia età) mi ha fatto sentire in colpa.

Sul momento è stato divertente pensare che quel libro fosse un parziale indennizzo per tutti i pezzi del mio motorino razziati dall’ignoto nemico. Però è un’ipotesi piuttosto improbabile che sia stato lo stesso autore dei furti a lasciarmi l’omaggio di “Barbapapà cerca casa”.

E poi, è pur vero che il libro mi ha dato lo spunto per questo articolo, ma il misterioso trafugatore non può mica cavarsela con un albo illustrato. La prossima volta sul bauletto del motorino vorrei trovarci… dunque, due parabrezza… due selle… una batteria… uno specchietto… la manodopera del meccanico e il disturbo… beh, diciamo mille euro.

 

 

(articolo pubblicato su “Orizzonti” n.27, ottobre 2005, nella rubrica "Ieri, oggi, domani")




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